Da Unione donne italiane a Unione donne in Italia, l’UDI alle soglie del terzo millennio
Pina Nuzzo, Pesaro 8 maggio 2026
Ho partecipato all’ultimo incontro del ciclo organizzato dall’Udi di Pesaro per gli ottant’anni dell’Associazione, iniziato nel novembre scorso. “Ottant’anni – scrivono – sempre dalla parte delle donne con la capacità di cogliere i cambiamenti e anche di modificare se stessa. Questa è l’UDI che alle soglie del terzo millennio ha avuto il difficile compito di ripensarsi e riorganizzarsi per dare inizio ad una nuova fase di vita, capace di modificare le agende politiche del Paese. Lo raccontiamo con una protagonista di quella stagione.”
Un invito inaspettato, ma, a pensarci bene, mi è sembrato naturale esserci a raccontare un decennio denso di cambiamenti, progetti, voglia di mettere le ali. Ho visto pure la difficoltà di raccontare una fase dell’Udi che torna a pensarsi come organizzazione.
Arrivata a Pesaro ho capito che anche le donne dell’Udi avevano a lungo ragionato su questo e, sollecitate dalla mostra preparata per l’occasione “ Cambiare per restare. Restare per cambiare”, avevano predisposto una scaletta della giornata. Antonella Pompilio ha sapientemente introdotto i lavori, ringraziando commossa tutte le donne che avevano sostenuto un progetto così impegnativo, per poi chiedere a Lorena Mombello della Voce dei Libri, di leggere un testo autonomamente scelto, che avevo preparato per un’Assemblea di Modena nel 2010: Pensare e praticare una politica a nostra misura.
Mentre la voce sicura di Lorena scandiva parole scritte ormai tanto tempo fa e ne amplificava il senso, il timore di essere fuori tempo e fuori dal tempo è scomparso. Sentivo quei pensieri, seppure così densi, ancora attuali.
E poi Marianna Sassi, una delle più giovani incontrata in quegli anni, che riabbraccio con emozione e che scombina la mia scaletta con le sue domande. Vuole sapere di me giovane negli del femminismo, di me che vado al nord e scelgo un’Associazione datata, storica. E io comincio a parlare di un inizio che ha cambiato la mia vita. Parte di quel racconto lo trovate qui: Mi manda la fruttivendola.
Poi però torno alla mia scaletta di cui ripropongo alcuni passaggi.
PREMESSA
Quando nel 2011 si è conclusa definitivamente la mia esperienza di Delegata alla sede nazionale dell’Udi mi sono resa conto di aver nel computer una grande quantità di documenti, gli stessi che venivano man mano archiviati in formato cartaceo. Documenti del Coordinamento, delle Garanti, delle Autoconvocazioni e mie relazioni. Avevo scritto tanto, pur non amando scrivere, mi ero obbligata a farlo perché, se da una parte mi aiutava a sviluppare e a fermare i concetti, dall’altra serviva a stabilire una comunicazione diretta con le associate, non solo per dire quello che andavo facendo, ma perché tutte fossero informate in tempo reale e senza intoppi.
Così, conclusa l’esperienza, ho deciso di pubblicare tutto in un sito che ho chiamato: Scritti per amore per disciplina. L’ho fatto per mia memoria e per fermare le parole e le azioni di quel decennio, volevo che restassero per chi avrebbe voluto sapere, conoscere, ricordare. Il sito è visitato, consultato costantemente. Qui, in questo sito/archivio ho trovato il filo del discorso, il testo che vi propongo richiama diversi documenti che a suo tempo vi sono stati inviati.
Un patto per dire noi dove ognuna ha già imparato a dire io
All’inizio di questo millennio in diverse abbiamo considerato necessario ritrovare una dimensione collettiva in cui poterci riconoscere e rappresentare. Le forme politiche realizzate negli ultimi venti anni non erano più percepite come ricchezza, ma rimandavano alla frammentazione, alla mancanza di forza. Mentre avevamo bisogno di moltiplicarci in tanti soggetti capaci di dialogare tra loro, capaci di tenersi testa, anche confliggendo, ma soprattutto capaci di negoziare con l’altro lo spazio pubblico e quello privato, di determinare insieme i tempi e i modi della convivenza civile nel nostro paese. Questo ci spingeva verso un “noi” più ampio, una “rete”, questa l’espressione usata più frequentemente. Ogni gruppo, associazione, centro, ogni casa, università o libreria delle donne ha provato a dare forma al bisogno di essere di più e in relazione con altre. Si sono misurate con l’idea della “rete” anche le donne dei coordinamenti sindacali, dei forum di partito…In questi anni ciascuna ha fatto esperienza, imparando dai propri errori e metabolizzando i rapporti, i riconoscimenti e le prese di distanza.
Nel 2002, con il XIV Congresso (Un patto per dire noi dove ognuna ha già imparato a dire io è lo slogan), ci siamo guardate intorno e ci siamo accorte che buona parte delle conquiste storiche del movimento delle donne erano praticamente acquisite, ovvie. Le donne sanno di avere dei diritti, ma troppo spesso li percepiscono come svincolati da ogni riferimento all’origine. Dovevamo ripensare il nostro modo di stare insieme, rinnovare un patto tra donne. Abbiamo anche cambiato la declinazione dell’acronimo UDI – da Unione Donne Italiane a Unione Donne in Italia – per andare verso un noi dettato dalla sorellanza per tutte quelle donne che vivono in Italia, indipendentemente dal loro luogo di nascita. Era necessario, per dare seguito a questo progetto, ripensare le regole dello stare insieme. Ripensare l’organizzazione.
Organizzazione
Questa parola non doveva e non poteva più farci pensare che fosse possibile solo nei modi già conosciuti – di tipo centralizzato e gerarchico – perché eravamo già portatrici di una realtà più articolata e contaminata. Da qui siamo ripartite per ridefinire un patto tra soggetti adulti in grado di parlarsi, di scambiarsi esperienze, opinioni e giudizi.
La mia esperienza di Delegata alla Sede nazionale
Nel 2003 sono stata chiamata a ricoprire un ruolo prestigioso quanto inedito e rischioso. Ho accettato, anche se conoscevo bene l’Udi perché vi ero approdata negli anni ’70, avevo attraversato diverse fasi, compreso il travagliato XI Congresso, quello della destrutturazione. Sapevo di dover fare i conti con quella parte delle associate che non intendevano mettere a rischio gli equilibri consolidati nei territori. Non tutte ovviamente, ma sarebbero stati necessari degli spostamenti – pratici e simbolici – per tornare a dire “noi” in modo autorevole, per non restare prigioniere nella storia passata.
Mi sono rimboccata le maniche e fatta carico della gestione quotidiana dell’Associazione, mi sono assunta le fatiche della manutenzione della politica, non solo della cura. E sono stata determinata a non farmi ridurre a un servizio dell’Udi per l’Udi.
L’aspetto più interessante del mio mandato ha riguardato il lavoro fatto per far circolare le informazioni, a cominciare dall’ampliamento della rubrica mail, così da coinvolgere tante più associate, non solo le Responsabili di circolo. Bisognava contrastare un vizio diffuso: avere referenti, a livello territoriale, anche di un gruppo di sole cinque donne, che requisiscono il nome dell’Udi, funzionando da ostacolo anziché da tramite nella comunicazione.
La telematica mi ha fatto scavalcare molti steccati e permesso una comunicazione diretta, veloce, documentabile, che lievitando ha modificato la percezione dell’Associazione. Il sostegno del Coordinamento è stato fondamentale. Si può dire che ci siamo tenute per mano perché anche questo strumento rappresentava una novità. Non è stato semplice, eravamo diverse, per storie, provenienza, età, ma in quella fase abbiamo saputo guardare al progetto comune. Dovevamo, volevamo crescere. Le Autoconvocazioni ne hanno tratto giovamento, sono diventate un luogo più accessibile e accogliente.
Su questo abbiamo fatto leva per immaginare nuove politiche adeguate. Abbiamo ripreso una parola, campagna, con tutta la sua portata simbolica, dalla nostra storia e l’abbiamo ricollocata nel nostro tempo, con le donne del nostro tempo. Attraverso le campagne – 50E50… ovunque si decide!, la Staffetta di donne contro la violenza sulle donne, Immagini amiche e la Scuola di politica – ci siamo aperte alle altre e ci siamo contaminate reciprocamente.
Un orizzonte altro
Aver visto la forza di tante donne, aver dato credito ai tanti gruppi diffusi nel paese, averli compresi in campagne nazionali senza che nessuna dovesse rinunciare alla propria identità, ci mette di fronte a nuove responsabilità. Siamo state chiamate a misurarci con una visione della politica che corrispondesse al soggetto che eravamo diventate, che tenesse conto degli spostamenti avvenuti nelle relazioni donna/uomo e donna/donna, come degli spostamenti che il femminismo aveva prodotto nella società..
Vogliamo un orizzonte altro, abbiamo detto in varie occasioni, ma questo richiede una visione altra del mondo, una lettura del nostro tempo che si sottragga a valutazioni scontate, a risposte automatiche. Occorre un protagonismo inedito che avanzi idee e sappia allargare quel varco che noi stesse abbiamo aperto perché nuovi soggetti potessero avanzare. Nell’Udi e intorno alle sue Campagne si sono andate delineando almeno due concezioni della politica. Non c’è da stupirsi né da preoccuparsi. È una costante della politica delle donne interrogarsi sull’efficacia delle forme che ci diamo per coinvolgere altre donne. È una costante interrogarsi su quale rapporto intrattenere con il maschile; su questo in certi momenti il dibattito è stato anche molto acceso. Differenti concezioni comportano sempre differenti modi di fare politica, se ne possono individuare almeno due.
Una concezione che confida nel rapporto con una qualche parte politica, che crede che ciò favorisca le istanze delle donne, che partecipa a manifestazioni governative o antigovernative, che sollecita il protagonismo femminile su obiettivi generici e parziali perché li ritiene utili per il genere.
Un’altra concezione che cerca di sapere prima di tutto quali donne si rappresentano, cosa pensano e cosa vogliono, che cerca di parlare a tante donne, che vuole cambiare il rapporto tra i generi cambiando il linguaggio perché pensa che la politica delle donne produca di più quando cambia il costume e la cultura che quando si attesta solo sulle leggi e sulle regole.
Ogni differente pratica politica che ne consegue, così come ho provato a sintetizzare, è legittima. La mia lunga esperienza nell’Udi – e solo nell’Udi – mi ha anche insegnato che non si possono avere contemporaneamente i vantaggi dell’una e dell’altra.
Ci siamo imbattute tante volte nella necessità di dover marcare passo passo il nostro ambito politico per non farci divorare dai partiti. Abbiamo dedicato anni e interi convegni a interrogarci se dovevamo essere un’associazione delle donne o per le donne. Abbiamo lottato con tutte le forze per evitare che il nostro obiettivo di essere visibili – visibili a chi?- venisse contraffatto e tradito.
Oggi, proprio oggi, dobbiamo riflettere sul progressivo impoverimento che la parola autonomia assume nella politica delle donne quando è percepita solo come essere autonome a volte da questo, a volte da quello, a volte solo in quel dato frangente. Invece, quante cose cambiano quando l’autonomia è vissuta come principio su cui fondare lo stare assieme e l’azione comune, quando è percepita nel suo senso letterale: darsi regole proprie.
Lasciatemi dire che, alle soglie del terzo millennio, con un colpo d’ala insperato, ad un certo punto, l’Udi ha rappresentato per molte, anche non dell’Udi, una speranza: un riferimento organizzato. Speranza, non certezza. Perché l’esistenza dell’Udi non è garantita nemmeno grazie ai “sacrifici” fatti da una o da tutte, tutto può sempre finire, nonostante l’apparenza, nonostante gli archivi se non si è in grado di cogliere la realtà.
Infine
Questa breve restituzione non è tutto e non dice tutto; l’emozione di rivedersi, abbracciarsi, ridere e mangiare insieme. Politica è anche questo e ringrazio le donne dell’Udi di Pesaro per il caldo abbraccio e per aver aggiunto lievito ai miei pensieri. Alla politica che continuo, continuiamo, a fare.








