2001: Comincio a fare la mia parte

Roma, Assemblea nazionale autoconvocata 19 maggio 2001, dagli appunti della relazione di Pina Nuzzo

Se dieci anni fa mi avessero domandato di definirmi rispetto all’Udi avrei detto: sono una donna del mio tempo, che ha un corpo e vive in Italia. Alla stessa domanda oggi rispondo: sono una donna del mio tempo che vive in Italia ed esercita il diritto di voto. Lo scarto tra queste due affermazioni sta nella parola ‘corpo’ in cui oggi mi trovo a mio agio.

A questo traguardo sono arrivata per gradi, con la pratica politica, e non ci sono arrivata da sola; tante donne, anche quelle che non hanno esperienza di femminismo, hanno una maggiore consapevolezza di sé, anche quando prendono le distanze dal femminismo. Siamo tutte più libere.

Parto da questa certezza tutte le volte che leggo un fatto di cronaca, che guardo uno stupido programma televisivo o quando, nel panorama della politica, faccio  i  conti  con l’ambizione femminile. Il desiderio esplicito di alcune donne di essere oggi nei luoghi del potere è legittimo quanto la mia necessità di ridefinirmi come soggetto politico a partire dal concetto di cittadinanza.

Dico questo con la leggerezza che mi viene dalla storia dell’Udi che ha attraversato gran parte delle ambiguità – vere e presunte – del suo rapporto con la sinistra, ma anche con la convinzione che niente è come prima, soprattutto dopo l’avvento del maggioritario che in questi anni ha sconvolto la geografia che ci era familiare e ha dato a singole donne la possibilità di occupare spazi che noi non riusciamo ancora a vedere. Penso che questi spiragli, appena il maggioritario si sarà perfezionato, si chiuderanno con la stessa velocità con cui si sono aperti mentre, forse, noi ci staremo ancora chiedendo dove siamo. E dico questo oggi 19 maggio 2001 perché non voglio tra qualche mese ridurmi a giocare di rimessa a proposito della 194, intendo invece affrontare subito questioni come potere e rappresentanza. Lo dico dall’esperienza che abbiamo accumulato in questi anni, dalle trattative aperte con le amministrazioni locali, provinciale e regionali, per avere finanziamenti per i nostri progetti al fine di esistere e garantire la sopravvivenza delle sedi.

Per la riuscita e la tenuta di quello che abbiamo avviato abbiamo messo a frutto tutta l’esperienza che ci veniva dalla storia dell’Udi e tutte le opportunità che la pratica delle relazioni ci offriva. Dell’intelligenza con cui questi negoziati sono stati condotti, si sa poco o niente.

Ritegno? Diffidenza? Nelle autoconvocazioni abbiamo lasciato trasparire rivendicazioni e lamentato – tutte – l’assenza dell’Udi nazionale.

Ma qualcuna sa dirmi dove abita l’Udi nazionale? Certo non in via Arco di Parma dove in questi anni abbiamo solo scaricato residui e macerie; tutto quello che d’irrisolto c’è nella nostra politica è qui in queste stanze che da sole comunicano confusione e abbandono.

Lo stesso Archivio con i suoi spazi ordinati e netti, invece di rassicurami, mi mette a disagio perché comunica che abbiamo consegnato tutto il senso della nostra esistenza politica alla gestione della memoria, che pure è cosa preziosa.

E’ chiaro che questo sentimento non mi è suggerito dallo stato reale dell’Archivio che anzi è l’unica cosa in ordine, ma dalla percezione che ho dell’Udi: mi sembra una nonna di cui ci occupiamo perché non possiamo ancora fare a meno della sua pensione. Se penso a mia madre che invecchiando era diventata più sfrontata nei confronti del mondo e più acuta  verso noi figlie, non posso fare un torto all’Udi considerandola da meno e quindi voglio appassionarmi – farmi coinvolgere –  o lasciar perdere. Per appassionarmi, con uno sforzo d’immaginazione e partendo da eventi concreti che si sono determinati nella mia vita e dal fatto che mi sono spostata da Lecce a Roma, ho pensato nella precedente autoconvocazione di autopropormi come responsabile di sede e di farmi carico di un progetto che apra la porta di via Arco di Parma alla città. Per fare questo è necessario ridefinire l’uso degli spazi e le responsabilità di chi li abita. Penso che le prime due stanze, attrezzate in modo semplice, possano essere utilizzate per piccole mostre, presentazioni di libri e discussioni.

Il progetto in sé è banale se non è accompagnato da un’intenzione politica: la mia è quella di misurarmi con la mia storia dentro l’Udi, assumendo la parziale responsabilità di un luogo che è patrimonio dell’Udi non solo per questa città ma per tutte.

Il divario che esiste tra queste due realtà è tutto ancora da dire ma rischiando su di me, sulle mie energie, sui miei rapporti, sulla mia idea dell’Udi comincio a fare la mia parte.

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