relazione di apertura

Bologna 21, 22, 23 ottobre 2011, XV Congresso UDI, Relazione di apertura di Pina Nuzzo

Sono passati solo dieci anni dal Congresso che abbiamo alle spalle, dico solo perché sono stati tanto intensi che sono volati via. Li abbiamo vissuti come non avessimo tempo e forse era anche così, avevamo l’urgenza di rinascere a nuova vita, incontrare nuovi soggetti. Altre e nuove donne dovevano appassionarsi all’Udi per ridare impulso alla nostra politica, ma perché questo accadesse, occorrevano azioni politiche di ampio respiro che facessero venire alle donne la voglia di dire: voglio esserci anch’io !

Per comunicare passione bisogna prima trovarla dentro di sé.  Ed è quello che abbiamo fatto, ci siamo chieste quali fossero le questioni più urgenti, le abbiamo analizzate, valutato come muoverci e intorno ad esse costruito azioni politiche e cercato parole per comunicarle. Trovare le parole giuste è stato indispensabile per rompere  l’insignificanza in cui media e politica ci avevano confinato da  tempo. Noi, a un certo punto della nostra storia, siamo diventate invisibili, non siamo più esistite neppure nella ricostruzione di quegli anni che ci avevano viste partecipi e protagoniste, siamo scomparse anche dai racconti e dalla  rappresentazione del femminismo, fatta pure dalle donne.

In quel Congresso, per pensare liberamente e per trovare una politica corrispondente al nostro sentire, abbiamo dovuto dire a noi stesse – e non è stato semplice – che la fase del femminismo che ci aveva insegnato a dire “io” si era conclusa, che dovevamo ritrovare una dimensione collettiva che si era  persa, ristabilendo i termini di un patto.

A partire da questo, l’Udi ha ripensato la propria dimensione nazionale, ricominciando praticamente da zero o quasi, sfidando qualunque logica di comunicazione, così come è concepita oggi e in un contesto generale stagnante, si è fatta sentire, è arrivata alle donne, le ha coinvolte senza avere la pretesa di inglobare. Siamo state le prime e, fino ad un certo punto, le uniche a credere che si potesse fare una politica che andasse oltre quelle che si riconoscevano nell’Udi, facendo leva sui tanti gruppi presenti in Italia.

Attraverso il web, la comunicazione da donna a donna, l’Udi ha fatto camminare parole che ogni donna poteva fare sue, che risuonavano e davano voce a quello che non si riesce a dire. Non è stato necessario contrassegnarle con il marchio doc perché esse sono tornate a noi arricchite e rinnovate dalla passione per la politica delle donne che hanno incontrato. Potrei fare i nomi di diverse donne che si sono imbattute prima nei nostri slogan e poi hanno cercato l’Udi e che oggi sono in questo Congresso con ruoli di rilievo e di responsabilità.

Lavorare con le donne verso la consapevolezza di sé è l’azione politica più incisiva perché influisce sui comportamenti e nei rapporti sociali e interpersonali. Questo vuol dire ‘fare opinione’, operare mantenendo la titolarità del proprio agire, e lasciando ciascuna libera di decidere come e dove spendere la propria ambizione. Se una donna sceglie di spendersi nell’Udi, capisce subito che si sta impegnando con una militanza che richiede tempo e passione, che non avrà un ritorno in denaro e probabilmente neanche riconoscimenti pubblici. Ma capisce pure che si trova in uno dei pochi spazi politici dove una donna impara ad avere rapporti tra donne in modo diverso e articolato.

Compresi il conflitto e l’antagonismo.

La politica ha bisogno di soggetti che si trovano, si parlano, si confrontano, perciò abbiamo predisposto occasioni di incontro e non dovete pensare che siano servite solo alle più giovani, perché sono tante le donne adulte che ci hanno trovato attraverso internet e che hanno ritrovato il piacere di stare fra noi. Come sono tante le donne che in questi anni hanno scritto – anche in quella curiosa lingua che si parla nel web –  per dire che nell’Udi si sentono come fossero arrivate finalmente a casa.

Un gruppo Udi – quello che una volta si chiamava ‘circolo’ – assume ai nostri giorni forme che non rientrano in una piramide organizzativa, tutto è più fluido, più disinvolto. Le parole sono alla portata di tutte, come le immagini, si moltiplicano e si diffondono con un clic del pc. Per funzionare in un mondo siffatto, l’Udi deve diventare un catalizzatore, deve progettare la sua politica fissando appuntamenti che non si possono mancare. Questo è la Scuola politica.

Nello stesso tempo occorre sollecitare azioni nel territorio che mirino a far incontrare le donne perché questo è un passaggio ineludibile del nostro fare politica. E poi insegnare la funzione che ha la narrazione per una rappresentazione collettiva. Non basta annunciare una iniziativa, non basta inviare un volantino o un comunicato stampa, bisogna imparare a nominare in quale modo è stata costruita, quali mediazioni, quali aggiustamenti  l’hanno resa possibile, quali sono i costi e i ricavi in termini politici. Senza questa narrazione, su cui ciascun gruppo sede o singola donna dell’Udi si deve spendere, non ci conosceremo mai per davvero e non ci sentiremo mai veramente partecipi, mai veramente limpide a noi stesse.

Nel divario tra chi scrive un comunicato al giorno a firma collettiva – e sfido chiunque  a dimostrare che un gruppo, pure piccolo, possa incontrarsi così tante volte – e chi pensa che ciò che fa non sia degno di essere raccontato si consuma la vera mancanza di democrazia. Quale forma prende tutto questo quando organizziamo la partecipazione alle Assemblee nazionali o ai Congressi e come regoliamo l’accesso agli organismi dirigenti?

Se nel futuro dell’Udi le narrazioni diventano la materia prima della nostra analisi politica, tutto il resto viene di conseguenza. Intanto il futuro è già cominciato perché parte della tenuta di questo Congresso sta nelle mani di donne che hanno iniziato a declinare l’Udi con una loro narrazione. Per tante di loro e per tante altre, a prescindere dall’età, questo è il primo Congresso.

Questa è anche la prima volta dell’Unione Donne in Italia. Le donne, nate altrove, che oggi sono con noi dimostrano che è possibile intrecciare storie e vite e stiamo lavorando perché siano sempre più coinvolte nell’associazione anche con ruoli di responsabilità.

Quando Abbiamo annunciato il XV Congresso, alcune chiedevano: ma come si fa un Congresso? La risposta non era facile perché, se un Congresso vuole registrare un cambiamento vero, non può avere una liturgia stabilita in precedenza, certo c’è l’esperienza e ci sono le pratiche, ma poi tutto avviene.

E quei dieci anni che abbiamo vissuto guardando sempre avanti, senza fermarci mai, hanno dato i loro frutti. L’Udi oggi può contare su tantissime che non sono una promessa,  sono l’Udi che c’è, sono quelle che c’erano ogni volta che era necessario, affrontando fatica e viaggi a proprie spese. Sono quelle che non hanno potuto partecipare a questo Congresso ma stanno inondando la posta elettronica e hanno postato messaggi  per farci sapere che contano su di noi.

Sono le donne che già lunedì riprenderanno in mano l’agenda perché la nostra politica continua. Continua dentro una crisi drammatica che sembra non avere soluzione, sentimento che è rafforzato, non solo dalla situazione economica, ma da una crescente sfiducia nei confronti della politica percepita come spreco di risorse, anche umane. Proprio pensando alla domanda di politica che viene dalle più giovani, dobbiamo costringere la politica tutta ad uno spostamento di senso che può avvenire solo se uomini e donne agiscono con una inedita visione.

Un orizzonte altro, l’ho chiamata, “una visione altra del mondo, una lettura del nostro tempo che si sottragga a valutazioni scontate, a risposte automatiche. Occorre un protagonismo inedito che avanzi idee e sappia allargare quel varco che noi stesse abbiamo aperto perché nuovi soggetti potessero avanzare”(1). Questa è l’unica strada percorribile quando si dice che è arrivato il tempo per le donne di governare. Il rischio, sempre in agguato per noi donne, è che si riaffacci dal profondo quell’immaginario che ci spinge a cercare un riconoscimento negli uomini o comunque nelle strutture maschili, piuttosto che nelle nostre simili. Quando questo si manifesta tra noi porta disordine nei nostri rapporti, spesso depotenzia la nostra politica e le forme di rappresentanza che ci diamo.

Nel frattempo, grazie all’enorme lavoro che abbiamo fatto, ai risultati che abbiamo raggiunto – che non si misurano con la visibilità mediatica – possiamo essere d’esempio, dimostriamo ogni giorno che si può fare politica senza sprecare risorse e senza un consumo insensato di tempo e di energie. Siamo testimoni di una politica sostenibile.

Sostenibile non vuol dire senza problemi. Il ritorno dell’Udi sulla scena politica ha portato ad una nostra maggiore e forse inedita credibilità, il nome dell’associazione è diventato autorevole e spendibile, ma nel contempo sono venute avanti delle aspettative con cui fare i conti. Il fatto che fosse proprio l’Udi – la ‘storica’ Udi – ad avviare azioni politiche impegnative e nazionali e che fosse in grado di gestirle, ha indotto molte a credere che per ciascuna Campagna avremmo messo in moto quelle relazioni proprie di un’associazione che si colloca in un’area politica. Ma se tantissime donne ci hanno sostenuto, è perché hanno percepito nelle nostre proposte una libertà sostanziale, libertà di cui hanno usufruito quelle stesse associazioni o gruppi che ci chiedono di trovare, ora e come sempre, alleanze all’interno di uno schieramento.

Ci conosciamo, sappiamo chi tra noi sta facendo politica a partire dalle decisioni prese nelle Assemblee nazionali autoconvocate e chi da un bel po’ ha avviato pratiche e relazioni che prefigurano una associazione ‘diversa’, per dirla con un eufemismo.

Tale divergenza è cominciata, o perlomeno è diventata evidente, nella fase conclusiva della Staffetta. Quello è stato un evento straordinario, ancora oggi non  trovo le parole per dire cosa sia accaduto, forse non basterà rileggere i messaggi e riguardare i video per arrivare ad una narrazione rispettosa delle donne che vi hanno partecipato. Accogliere l’Anfora è stato, a ogni passaggio, un vero e proprio rito di rigenerazione individuale e collettivo. La Staffetta ha portato anche guadagni politici evidenti e immediati, infatti, molti centri antiviolenza e case di accoglienza, hanno avuto attraverso la Staffetta una nuova visibilità.  Donne che non avevano mai trovato il coraggio di prendere la parola in pubblico, lo hanno fatto sentendosi protette dalla presenza di altre.

Eppure ci sono state donne che hanno accusato l’Udi di non essere stata capace di  avviare un negoziato con le istituzioni sui tagli ai finanziamenti per i Centri antiviolenza che avevano partecipato in tanti alla Staffetta. Ma un uso diverso dalla testimonianza avrebbe impoverito il senso stesso della Staffetta. Almeno così pareva a me e a tante altre.

Le critiche dicevano che dal palco di piazza della Loggia non erano state fatte delle proposte, anzi che avevamo pubblicamente assicurato le donne che l’Udi non avrebbe mai usato quella piazza per trattative con una parte politica. Evidentemente alcune di noi pensano che bisogna sempre portare a casa qualcosa, ma poi quale casa?

“Anche il richiamo costante all’Udi da parte di alcune a fare “qualcosa” per il 50E50 si inscrive negli automatismi di una certa politica. Infatti “qualcosa” significa avviare trattative con i partiti o con le donne dei partiti e quindi riconoscere una parte politica, ovviamente sempre quella. Ribadire, da parte dell’Udi, che la Legge di iniziativa popolare, corredata di 120.000 firme certificate, è depositata in Parlamento ed è a disposizione, non è considerata una risposta politica. Ricordare che nessuna/o eletta/o l’ha finora presa in considerazione, neanche per dare un riscontro alla società civile, non è considerata una risposta politica. Anche il silenzio delle forze politiche è una risposta politica, ma la verità è che  all’Udi  si chiede un atto di compromissione, pubblico e significativo, senza il quale non avrà nessun riconoscimento pubblico e significativo” (2).

Questi sono solo due esempi di una diversità di concezioni. E’ stato un danno per tutte che delle donne dell’Udi non abbiano dichiarato in modo limpido e diretto una concezione politica diversa da quella per cui mi sono autoproposta e per la quale sono stata votata. Questo ha privato l’Associazione di un dibattito reale e immiserito i rapporti tra noi. Dopo la Staffetta abbiamo tenuto tre assemblee, ognuna era l’occasione per parlare. Oggi siamo in un Congresso dal quale dobbiamo uscire dimostrando di saperci assumere la responsabilità di un pensiero politico e delle sue conseguenze. Questo è il momento di stare con chiarezza nella politica – e aggiungo da soggetti emancipati della politica – se vogliamo dare risposte adeguate a quanto accade intorno a noi.

L’Udi può avere un ruolo nel movimento delle donne perché ha tradizione, esperienza e competenza, a condizione che faccia definitivamente i conti con la sua doppia origine.

A suo tempo ho coniato questa espressione per collocare me stessa dentro una storia articolata e complessa. L’Udi, come sappiamo, nasce nel 1944-45 dai Gruppi di Difesa delle donne e questa è la sua prima origine, molto celebrata, ricordata, nominata, come stiamo facendo oggi, con un Congresso che si tiene negli stessi giorni e nello stesso mese del primo Congresso. Credo però che questa origine debba essere definitivamente consegnata alla Storia, senza peraltro rinnegare nulla di ciò che è stata.

C’è poi un’origine, tutta femminile, quella del 1982, quando, sempre con un Congresso, l’Udi azzera la propria organizzazione perché comprende che il protagonismo femminile non può essere irrigidito nelle forme di un’organizzazione mutuata – e non poteva essere diversamente –  dai partiti, fin dal dopoguerra. E decide di passare direttamente nelle mani delle donne la responsabilità dei beni, delle sedi e della sua politica, come abbiamo detto e scritto fino alla nausea in questi anni.

E’ il Congresso che segna la seconda origine dell’Udi.

Quando con il XIV Congresso, l’Associazione si dà un nuovo assetto funzionale al desiderio di tornare a essere visibili e riconoscibili, io mi autopropongo come  Responsabile nazionale prima, come Delegata dopo, con l’intento dichiarato di rimanere fedele e coerente con l’investimento che quelle donne avevano fatto nei confronti della mia generazione. Sentivo il dovere di dare seguito a quanto avevano avuto il coraggio di fare e per questo ho trovato, a mia volta, il coraggio di espormi e di ritessere i fili di una organizzazione adeguata alle donne che eravamo diventate.

Le forme di rappresentanza che ci siamo date con il XIV Congresso, le dirigenti che abbiamo nominato, sono in assoluto le prime libere da un avallo maschile. Non dobbiamo allora stupirci, o mostrare di stupirci,  se il dibattito precongressuale è stato travagliato, spesso alterato nei toni e nei modi, e tutto centrato sulle regole. Sappiamo che questo è il Congresso che determinerà la fisionomia dell’Udi per gli anni a venire, le scelte che faremo non concederanno margini agli aggiustamenti e alle compromissioni. In ogni caso. Per questo ognuna di noi deve dire, qui e ora, dove è e dove vuole andare. Io lo faccio ogni volta che è necessario e torno a farlo perché nessuna pensi che io possa accettare proposte organizzative che siano incompatibili con la politica che ho sostenuto e condiviso con molte altre.

Lo slogan di questo Congresso recita: noidell’udi noi con le donne.

Noidell’Udi, appena una settimana fa abbiamo tenuto un’Anteprima Congresso sul lavoro perché le più giovani l’hanno voluta, pensata e organizzata. Le abbiamo sostenute perché la loro vita ha urgenze che possono nominare solo loro, ma è evidente a tutte/i che non si esce da questa crisi se non si capisce cosa vuol dire lavoro oggi a fronte di corpi differentemente segnati dal genere, dall’età, dall’etnia. Lavoro oggi vuol dire sapere quanto incidono i meccanismi economici e finanziari sui diritti e sui doveri. E tutto questo non lo si fa da sole, ma aprendo rapporti con altre, con altri che siano disposti a parlare con le donne fuori dalle gabbie ideologiche.

Noiconledonne, quelle che partecipano alle mail bombing, quelle che lottano per i consultori, quelle diversamente occupate, quelle che nate altrove vivono nel nostro paese, le nate di donna. Le donne presenti nelle istituzioni e che con noi si confrontano. Le donne di snoq che hanno assunto il delicato compito di trasformare l’indignazione del 13 febbraio in un progetto politico e abbiamo detto loro che siamo favorevoli alla costruzione di un ‘noi’ più grande, senza preordinare forme. Siamo disponibili a definire – però insieme – una agenda politica delle donne e indicato nei temi della rappresentanza e del lavoro le prime due questioni da discutere.

Noiconledonne perché è ancora tanta la strada che abbiamo da fare affinché le conquiste delle donne non siano di vantaggio solo per poche. Sono tantissime le donne con cui abbiamo bisogno di parlare. Questo ci muove alla ricerca di un noi più grande in cui ciascuna possa riconoscersi senza doversi cancellare. Chi vuole impegnarsi per realizzare questo progetto deve anche essere pronta a modificarsi. Non è un’impresa facile, anzi è una sfida piena di incognite, ma è la sfida del momento storico e politico che stiamo vivendo. Noidell’udi, oggi siamo qui perché abbiamo un amore in comune.

 PDF

Nota 1 e 2 Pina Nuzzo, 21 giugno 2011, documento precongressuale

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