Lidia Campagnano

50e50 pensieri

50 e 50, ovvero, una parità numerica di presenze tra uomini e donne nelle assemblee elettive che incarnano la democrazia. Questo l’obbiettivo al quale ho pensato un anno fa, quando si è affacciata la prospettiva di uscire dal pantano di destra nel quale era finito questo paese. A questo punto, mentre la frase-slogan, la sintesi espressiva pensata da Pina Nuzzo, circola già ed è fatta propria ben oltre le donne dell’Udi (e non lo si potrà impedire) sono io a interrogarmi di nuovo sul contenuto di questa minuscola espressione.

Quando parlo di pantano di destra non penso semplicemente a una maggioranza di governo, penso alla distorsione avvenuta e radicata di usi e costumi, stili e valori. E al tempo che ci vorrebbe – molto lungo – per imboccare un’altra strada.

Perché di questo si tratta, per quanto mi riguarda.

Voglio disegnarlo, il pantano di destra, solo per linee essenziali. Perché credo che concetti storici come destra e sinistra vadano rivisitati, invece che cancellati, dal pensiero di una o di molte donne. Sono infatti contraria alla smemoratezza.

Il pantano di destra è fatto, prima di tutto, di un individualismo tanto feroce da essere umanamente insostenibile al di qua della barbarie, sia per le donne che per gli uomini. L’individuazione, lo so bene, è stata per le donne una conquista ardua, tanto da dover diventare, con il femminismo, un obbiettivo politico. Da raggiungere nella società in faccia ai poteri, nell’economia con la partecipazione al lavoro extradomestico, nella cultura firmando le proprie produzioni, negli affetti scegliendo chi amare, nella sessualità scindendola prima dalla procreazione poi dal piacere dell’altro, formulando il proprio. L’individualismo di oggi invece è dato, prescritto nei contenuti e nelle forme della prestazione, del consumo, dell’ideologia e perfino degli affetti e della sessualità. Agisci, consuma, esprimiti così e sarai indivduo/individua. Inutile dire che riduce in realtà gli umani ad atomi, però convinti di essere unici e irripetibili. Infatti nessuno brilla, attualmente, quanto  le persone ignoranti, volgari,  ciniche e aggressive. Dalla velina all’Uomo della Provvidenza.

E’ fatto di esaltazione del denaro,  della proprietà privata e della disuguaglianza di diritti. Ciò che viene chiesto, anche in piazza da centinaia di migliaia (donne e uomini, ricchi e no) è che tutta la ricchezza prodotta (da chiunque) finisca nelle “mie proprie tasche”, salvo una quota ridotta per alcuni servizi, soprattutto quelli repressivi, ma forse nemmeno quelli, forse solo quelli giudiziari, perché anche la repressione può essere privatizzata. Con i miei soldi intendo comprarmi i servizi che mi servono. Chi più ha in tasca, più servizi, e migliori, deve avere. Naturalmente tutto ciò è impossibile per tutti: di qui la libertà di una competizione belluina.

Il che di nuovo esalta l’individualismo.

E’ fatto di pulsioni identitarie. La massa degli individualisti non può reggere il sospetto di tutti di essere Nessuno, o Niente. Di essere senza qualità. E perciò pretende di essere insignita di un’identità che abbia la forza della Tradizione. La Religione (una religione rigidamente patria, proprio quella dei padri, e come tale miticamente originaria) è questo, e non è mai stata, infatti, nemmeno negli anni Cinquanta, così direttamente e brutalmente politica. Manda suoi diretti rappresentanti in Parlamento, e “non tratta” su niente e lo dichiara pure: prescrive tutto, dalle convivenze corrette al trattamento degli embrioni alla selezione delle droghe lecite alle terapie e alla loro durata fino all’obbligo del Presepio e al suo significato: perché nessuna libertà di creazione simbolica è consentita, neanche ai bambini. La religione agisce come la televisione, distribuisce le strutture dell’immaginazione uguale per tutti.

E’ fatto di leggerezza politica, cioè di allegra sovversione delle radici stesse dell’arte politica .Dalla convinzione di poter fare a meno di una coerenza e fondatezza culturale del pensiero al riformismo costituzionale ignaro della storia, del senso, del rischio dell’attività umana della fondazione delle convivenze, al disprezzo rovesciato a piene mani sullo stesso agire politico.

E’ proprio per la profondità del guasto prodotto dalla destra che non ho mai creduto che la sinistra, così com’è, potesse mettervi riparo, sia pure in tempi lunghi. La sinistra dovrebbe essere altra cosa.

Che cosa?

Prima di tutto, penso a qualcosa di radicale: qualcosa che nasca da una relazione politica radicalmente nuova tra donne e uomini, che insieme fanno la convivenza umana, come è noto o dovrebbe essere noto.

Mettiamo, per la prima volta, la politica tra le donne e gli uomini.

Cinquanta e cinquanta…appunto.

Parto dall’idea che il trionfo della destra nel mondo, nei decenni alle nostre spalle, ha fatto macerie della speranza di modificare il mondo a partire dai rapporti interpersonali, come il femminismo ha in effetti creduto. Perché un lavoro interpersonale avvenga, occorre ristabilirne la condizione. E perciò proviamo a mettere la politica tra le donne e gli uomini. Non certo perché voglio eliminare l’immediatezza, o l’esperienza personale, o la vita intima. Ma perché  penso che tutto ciò in mezzo alle macerie della socialità, della convivenza come progetto e come consapevolezza e cultura e politica non regga, non ce la faccia. Non sono così forti, o così onnipotenti, gli esseri umani, soprattutto se presi individualmente.

Che cos’è quel tra, quel medium?

E’ qualcosa che obbliga prima di tutto al legame. Al connettere, al riunire, al sanare fratture e ferite. A riconoscere una unicità di condizione che si chiama mondo. E umanità. Obbligare gli uomini, distantissimi dalla metà dell’umanità. Ma oggi obbligare anche tante donne d’Occidente la cui estraneità dalla storia non è più una sana presa di distanza, è solo uno status. Una controrivoluzione, passiva.

E’ qualcosa che ripropone il gioco del produrre simboli e valori a partire dalla condivisione di esperienze tra diversi. Unico modo di produzione simbolica che possa opporsi al simbolismo coatto e integralista delle Chiese.

E’ possibile ossigeno per un lavoro di risocializzazione, cioè di traduzione tra linguaggi, tale da aprire la strada a una riformulazione dei rapporti con la cultura, vale a dire con il passato (la memoria, la scrittura della storia) e il futuro (la speranza, il generare, e non solo figli).

Insomma, è un progetto politico pieno. Di ripoliticizzazione. Che come tale rimette su piedi altri, per così dire, il problema della rappresentanza. Quel che si chiede che venga rappresentato è la relazione tra donne e uomini, divenuta politica, ferma restando, dentro questo quadro altro, l’assenza di ogni vincolo di mandato. Donne e uomini rappresentano ciascuno donne e uomini. rappresentano la politica. Rappresentano il legame sociale. Rappresentano un cammino e un bisogno di cambiare le cose.

Il progetto politico come tale richiede molta cura. Molti contatti. Molti incontri. Molta mediazione. Molto coinvolgimento. Molta libertà. Tutte cose da stabilire senza pregiudizi,con delicatezza, con fiducia, con accortezza. Non c’è dubbio che l’interlocuzione ha da essere trasversale, e non perché voglio fingere un’equidistanza dalla destra e dalla sinistra, ma perché è prevalentemente a destra, ai miei occhi, che stanno le donne che traducono l’antipolitica in delega all’amministrazione quasi casalinga dell’esistente. L’incapacità pigra (anche nostra) di parlare a/con le donne rappresentate dalla destra, le impolitiche, le antipolitiche, è da decenni pesante.

E’ evidente ai miei occhi che questo progetto politico rappresenta un bel salto. E una riconsiderazione critica anche della storia del femminismo. E di tutte noi.

Siamo all’altezza?

Penso che dovremmo rivoluzionarci un’altra volta ancora.

Per quel che mi riguarda, so per certo che non reggerei oltre un certo livello di solitudine su questo cammino. Ciascuna sa bene quanta solitudine può reggere in certe circostanze e dove non la regge più. O deve saperlo. A conferma del fatto che non si fa politica una più una più una, come sperava il femminismo di un tempo: c’è un calore (una massa critica? La materia che diventa energia?)che va avvertito in partenza, altrimenti non si parte. Per spiegarmi meglio, dirò che, per esempio, non credo molto all’intento di sostenere il desiderio di alcune donne di entrare nelle assemblee rappresentative più alte: persino io sosterrei più volentieri il desiderio di alcune donne di frequentare un’Accademia di Belle Arti. Io voglio invece far fronte alla necessità di più cultura politica tra le donne, e anche tra gli uomini. A partire dal dialogo-conflitto sul campo tra le capacità sviluppate da molte donne nella vita personale e sociale e un patrimonio cultuale segnato dal patriarcato e tuttavia anche interessante e importante.

Quel calore che cerco insomma non è affatto solo desiderio: è anche percezione di una necessità. E’così che può nascere una decisione politica, a mio parere, e in generale la capacità stessa di decidere politicamente.

Spero di essere stata chiara, e soprattutto utile…

 

Roma 21 dicembre 2006

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