Giovanna Romualdi

La Campagna 50E50 e il Laboratorio 50&50: Due percorsi per la democrazia paritaria

martedì 1 maggio 2007

Nella loro diversità la Campagna 50e50 Ovunque si decide e il laboratorio 50&50 come possono spostare avanti il terreno del dibattito politico e far percepire il riequilibrio della rappresentanza di genere come problema di democrazia e non di quote? Ne parliamo con Pina Nuzzo e Rosanna Oliva

Mentre i grandi mezzi d’informazione riscoprono, sull’onda delle elezioni in Francia e del rimescolamento delle carte dei partiti in Italia, le donne “eccellenti” in politica (Segolene Royal e Anna Finocchiaro) – un po’ meno il problema del riequilibrio della rappresentanza di genere in tutti i luoghi decisionali – proseguono i percorsi della Campagna 50E50… ovunque si decide lanciata dall’Udi nazionale e del Laboratorio 50&50 costituitosi presso la Casa internazionale delle donne di Roma.

L’Udi si appresta (18 maggio) a presentare ufficialmente la proposta di legge di iniziativa popolare “Norme di Democrazia Paritaria per le Assemblee elettive”; il Laboratorio 50&50 ha messo a punto il documento “Una riforma elettorale condivisa”, inviato alle sedi istituzionali impegnate nella riforma elettorale.

Si tratta di due percorsi diversi che si pongono come obiettivo la realizzazione di una democrazia paritaria. Quale il punto di partenza e quale la specificità di ciascun percorso? Nella loro diversità possono concorrere tutti e due a spostare avanti il terreno del dibattito politico e far percepire il riequilibrio della rappresentanza di genere come problema di democrazia e non di quote?

Attorno a questi interrogativi, in un incontro nel giardino della Casa internazionale delle donne, cerchiamo di dipanare i fili dei due percorsi con Pina Nuzzo, per il coordinamento nazionale dell’Udi, e Rosanna Oliva, impegnata sia singolarmente sia come associazione Aspettare stanca nel Laboratorio 50&50.

Pina Nuzzo – Coordinamento nazionale dell’Udi

Credo che sia importante partire dalla diversità, cominciare a capire in che cosa siamo diverse, per poi vedere se si può riuscire a costruire un momento comune. Noi siamo partite da un discorso interno, di come noi abbiamo voluto ripensare noi stesse per ritornare ad essere visibili e riconoscibili dalle donne: dopo venti anni siamo passate dalla dimensione assembleare – quella dell’autoconvocazione che abbiamo praticato e che abbiamo ereditato dal femminismo – a una rappresentanza interna. Dire, anche con difficoltà, nel XIV congresso che avevamo un coordinamento, una delegata (ed io oggi parlo a nome dell’Udi, cosa che fino a quel congresso, per vent’anni non è stato possibile), ripensare un’organizzazione delle donne, ha voluto dire fare i conti con la presenza e la rappresentanza. Il passo è stato poi molto breve rispetto a come si agisce e si vive la presenza e la rappresentanza delle donne nella società.

Se abbiamo capacità di dare rappresentanza a noi stesse in un’associazione che dopo vent’anni di questo regime assembleare comunque è molto diffusa sul territorio – ed è importante dirlo – e comunque ci sono donne che hanno voglia di politica e di luoghi per fare politica, l’Udi poteva ripensare se stessa e darsi uno strumento che fosse anche strumento per le altre; partendo da due presupposti di fondo che abbiamo mantenuto di questa storia degli ultimi venti anni: l’autonomia e l’autofinanziamento. L’autonomia vuol dire che noi, oggi, non abbiamo rapporti privilegiati all’interno del Parlamento, non abbiamo i legami che avevamo ai tempi della legge sull’aborto e della raccolta delle firme sulla violenza sessuale. Quei legami si sono interrotti. Oggi noi siamo libere di andare in piazza e di ripensare la società, la vita degli uomini e delle donne a partire da questa libertà. La legge di iniziativa popolare è la cosa che più corrisponde al nostro modo di essere oggi.

Abbiamo aspettato anni e poi anni, e poi congressi, centro sinistra, centro destra, la storia delle quote… Credo che sia arrivato il momento di dire: basta! Non è più un problema di quote: siamo la metà di questa umanità e quindi puntiamo alla democrazia paritaria.

Rosanna Oliva – Associazione Aspettare stanca e Laboratorio 50&50

Per il nostro percorso, l’approdo è sicuramente lo stesso: siamo la metà e vogliamo essere la metà anche nei luoghi dove si decide. La partenza, sia come Laboratorio 50&50 sia come associazione Aspettare stanca, è molto più recente, circa un anno fa. Entrambe sono frutto di quella attesa snervante di cui parlava Pina e soprattutto della tragica conclusione, nella penultima legislatura, del discorso sulle quote, sull’inserimento nella riforma elettorale di norme di garanzia. Quel periodo, però, ha avuto degli aspetti positivi perché ha consentito di lavorare insieme a donne di provenienza, di esperienza e di cultura, assolutamente diverse.
Finalmente – seguo molto gli aspetti della partecipazione politica da tanti anni – mi sono trovata insieme con donne di varia età, giovani che provenivano da corsi di formazione politica ma anche donne del femminismo storico, donne che erano state fino ad allora, per un loro senso di estraneità, di conflitto con il potere fuori da certi discorsi. In quelle occasioni in cui ci trovavamo in Parlamento con le parlamentari che seguivano la legge della riforma elettorale, ci siamo ritrovate insieme, convinte di dover far qualcosa come donne per superare questo gap inaccettabile, in Italia estremamente accentuato rispetto agli altri paesi. Da quella esperienza siamo nate sia come associazione Aspettare stanca sia come Laboratorio 50&50. Io, inizialmente come persona, ho partecipato alle riunioni di costituzione del Laboratorio e poi ci siamo inserite come associazione. Le iniziative del laboratorio 50&50 sono diventate anche iniziative dell’associazione Aspettare stanca. Questo per fare rete ed arricchire di possibilità operative quello che avveniva nel Laboratorio. C’era questo presupposto dello stare insieme, di lavorare in gruppo, di frequentare la Casa delle donne.

Un’altra occasione di rafforzare questa rete è stata quella del referendum confermativo della riforma costituzionale. Anche in questo caso, di fronte ad un tentativo del centrodestra di stravolgere la Costituzione c’è stata una reazione, da parte anche di donne che avevano fino ad allora lasciato da parte certe questioni e certi problemi, per difendere i valori della Costituzione. Ci siamo trovate insieme anche con associazioni storiche della Casa internazionale delle donne di Roma su un impegno per evitare che fosse confermata questa riforma costituzionale, inaccettabile perché nella Costituzione ci sono delle norme di garanzia cui le donne non vogliono rinunciare. Anche questa è stata un’occasione di sensibilizzazione per tante donne che vedono le leggi come leggi degli uomini, leggi maschili, e quindi soltanto da contestare, di vedere invece anche la parte positiva di certe disposizioni (ad esempio la Costituzione che a distanza di tanti anni ha la sua modernità; può essere modificata ma non stravolta). Tutti questi messaggi si sono verificati nel corso dello scorso anno e hanno portato a lavorare insieme donne che fino all’anno prima avevano percorsi completamente estranei.

Nel laboratorio 50&50, abbiamo pensato ad una strategia che puntasse molto sull’attualità. Mentre l’iniziativa Udi è una raccolta di firme su una proposta di legge d’iniziativa popolare con dei tempi piuttosto lunghi, noi abbiamo pensato – anche perché non avevamo la stessa struttura e le stesse potenzialità – a qualcosa di più snello e più immediato, con tempi più collegati a quello che avveniva.
E siccome si parlava di rivedere questa sciagurata legge elettorale con la quale abbiamo votato alle ultime elezioni politiche – c’era già stato un gruppo di lavoro attorno al ministro Chiti per i rapporti con il Parlamento e le riforme costituzionali, il presidente del consiglio Prodi aveva preso un’iniziativa di esplorazione fra le varie forze politiche su quello che pensavano sull’argomento – abbiamo pensato di scrivere agli organi impegnati in questa fase così delicata per arrivare ad una riforma “condivisa” – si poneva molto l’accento sulla condivisione di questa riforma – per richiamare l’attenzione sul fatto che una vera riforma condivisa non è soltanto una riforma elettorale che vada bene a tutti i partiti – ammesso e non concesso che si arrivi mai a trovare un meccanismo elettorale che vada bene per tutti – ma deve essere una riforma condivisa anche dai cittadini e dalle cittadine, dagli elettori e dalle elettrici.
Questo perché la preoccupazione nostra, e di tanti, è che il Parlamento fosse intenzionato a modificare in qualche modo questa sciagurata legge elettorale per evitare il ricorso al referendum e mettere al riparo i partiti da modifiche, introdotte tramite il referendum, non gradite da una parte dei partiti di entrambe le coalizioni. Abbiamo pensato che se i giochi si fanno tutti a livello di singoli partiti, all’interno delle coalizioni in Parlamento, avremo una riforma della legge elettorale sicuramente non soddisfacente dal punto di vista dei principi democratici e del miglioramento della possibilità degli elettori e delle elettrici di scegliere i propri rappresentanti. Noi siamo stati letteralmente scippati della possibilità di eleggere nostri rappresentanti. E all’interno di questo c’è il discorso delle donne.

Le proposte del Laboratorio 50&50

Rosanna Oliva

Abbiamo pensato di scrivere un documento tecnico con una serie di proposte applicabili nelle varie ipotesi (non abbiamo voluto entrare nel merito della scelta del sistema elettorale).Abbiamo fatto un elenco di strumenti per avere la maggiore presenza delle donne ma soprattutto una maggiore democraticità della legge elettorale sia nell’ipotesi di scelta del maggioritario sia nell’ipotesi di scelta del proporzionale; all’interno del proporzionale, sia della scelta delle liste bloccate sia di quella delle liste con preferenza (noi siamo preferibilmente per la scelta delle liste con preferenze). Abbiamo indicato quale poteva essere il meccanismo tecnico da applicare per avere una riforma che fosse condivisa non soltanto dai partiti ma anche degli elettori e delle elettrici.

Il contenuto della nostra proposta si distingue dal contenuto della proposta di legge d’iniziativa popolare elaborata dall’Udi per una novità piuttosto ardita (ma in realtà non è una novità): l’ipotesi di votare con un maggioritario che non sia però uninominale. Normalmente quando si parla di maggioritario si dà per implicito che sia uninominale perché è quello per cui abbiamo votato più volte: all’interno di un collegio si vota scegliendo fra le varie coalizioni che si presentano su una scheda su cui c’è già il nome del candidato/a.
Ma esiste un altro tipo di maggioritario detto binominale perché presenta per ogni simbolo di coalizione o di partito una coppia di candidati; questo sistema fu elaborato da un’illustre costituzionalista donna – Carlassare – proprio come risposta agli aspetti negativi del maggioritario rispetto alla presenza delle donne in Parlamento E’ sistema detto “maggioritario a due piazze”: secondo Carlassare, ogni coalizione o partito presenta un uomo e una donna in competizione fra loro (è eletto quello dei due che ha i maggiori consensi). Questo consente di lasciare invariati i collegi. Noi invece, anche sulla base di elaborazioni successive, siamo per un sistema in cui entrambi sono eletti; questo comporta che i collegi vengano ridotti di numero. E’ una cosa abbastanza complicata ma se si prendono per la Camera i collegi del Senato, con aggiustamenti da studiare, si potrebbe adottare questo sistema. Tra l’altro l’on. Violante, quando si erano fatte le prime ipotesi, aveva proposto di modificare il sistema bicamerale perfetto in un sistema in cui solo la Camera aveva i poteri politici, eletta sulla base di collegi come quelli del Senato, e il Senato diventa Camera delle Regioni. Questo però comporta una modifica della Costituzione mentre stanno lavorando su modifiche a Costituzione invariata, salvo in una seconda fase lavorare sulla modifica della Costituzione.

Udi: Una proposta di legge d’iniziativa popolare

Pina Nuzzo

Noi abbiamo scelto di ripartire dall’art. 51 della Costituzione, non dalle modifiche che sono state fatte dopo e che hanno peggiorato e non migliorato la situazione; in quell’articolo già c’erano le premesse molto positive e partendo da quello abbiamo voluto norme di democrazia paritaria per tutte le assemblee elettive (Circoscrizioni, Municipi, Comuni, Città metropolitane…Parlamento europeo). Cinque articoli che abbiamo voluto molto semplici perché fossero comprensibili a tutte.

Noi interveniamo sulla formazione delle liste: fare in modo che ogni partito formi le liste con un uomo, una donna, un uomo… e non le donne in fondo. Se questo non dovesse avvenire, per legge vogliamo che le liste vengano dichiarate irricevibili (abbiamo visto che in Francia si preferisce pagare piuttosto che avere le donne).
Noi interveniamo nella fase in cui le donne – se vogliono veramente esserci, e anche questa è una scommessa – dovranno entrare nei partiti e fare le battaglie, ovviamente sostenute da un’opinione pubblica che si è mossa per raccogliere delle firme e vuole dunque che questo accada. Non interveniamo sull’esito, perché questo noi lo riteniamo incostituzionale. Mettiamo per ipotesi che si faccia una legge per cui i partiti sono obbligati a presentare un uomo, una donna… e poi i cittadini votino il 70 % di uomini; dovremo fare i conti con un processo culturale che è tutto da fare.

Non è che noi pensiamo che fatta questa legge, fatta l’iniziativa, raccolte le firme abbiamo risolto tutto: no, il percorso comincia. Noi oggi proponiamo una modalità politica per cui un’associazione come la nostra che è ancora autonoma, separatista, però si muove per modificare la realtà tutta e chiediamo alle donne e agli uomini, a tutti di firmare.

Le “note di accompagnamento” all’articolato della proposta di legge partono proprio dall’art. 51 della Costituzione italiana. Abbiamo evitato un linguaggio “femministese” o che comunque andasse a toccare le corde di un ambito delle pari opportunità. Noi siamo ripartite dalla Costituzione, dal fatto che facciamo parte di questa democrazia e che quindi essendo noi la metà di questa umanità, noi vogliamo essere la metà dovunque si decide. Non è una percentuale: non parliamo del 20, 30, 40, 50, 60..%. Noi vogliamo una democrazia duale che non è il discorso della democrazia “a due piazze”, che simbolicamente rimanda a una mentalità di rapporto uomo donna in cui i ruoli sono già definiti.
Questa nostra proposta – devo ringraziare pubblicamente le tre avvocate che hanno lavorato a questo testo: Milena Carone, Cristina Rizzo, Stefania Guglielmi – questi cinque articoli vanno bene nel caso di una legge elettorale sia proporzionale sia maggioritaria. E nel caso di collegi uninominali, il numero uguale di candidature uomo-donna viene spostato a livello di circoscrizione nel suo complesso.

Rosanna Oliva

Anche noi per i collegi maggioritari uninominali adottiamo la stessa ipotesi del 50 e 50 di genere a livello circoscrizionale, Però siamo consapevoli – e penso che lo siate pure voi – che è una proposta più debole rispetto al binominale perché se si lascia ai partiti la scelta dei candidati che vengono assegnati ad un collegio piuttosto che ad un altro, siccome si sa quali sono i collegi vincenti e quali quelli perdenti, l’attribuzione al candidato o alla candidata di questi collegi può poi influire sulla effettiva elezione; purtroppo, al momento le donne sono deboli nei partiti.

A proposito di uguaglianza di partenza e uguaglianza del risultato nel caso delle liste: se la lista è bloccata, l’alternanza uomo donna (o donna uomo) porta pressappoco a un risultato simile, cioè al 50 e 50 nella lista corrisponde un 50 e 50 fra le persone elette. Dove cambia invece il risultato è quando si prevede la lista con preferenze. Noi allora siamo intervenute su questo meccanismo facendo riferimento a quanto ipotizzato dal prof. Stefano Ceccante, capo ufficio legislativo della ministra Pollastrini, riguardo alla “preferenza di genere”. La legge potrebbe prevedere che gli elettori e le elettrici possano dare una preferenza o due preferenze. Nel caso che siano due devono essere per candidati di sesso diverso e questo porta ad un’ipotesi migliore per l’elezione.

E’ una norma di garanzia; e noi ci auguriamo che queste norme di garanzia siano transitorie e che addirittura possano diventare norme di garanzia per gli uomini…perché noi diciamo candidati di genere diverso. Io faccio questa battaglia perché credo che sia una battaglia di democrazia … Non mi sta bene ribaltare una situazione. Nel momento in cui noi partiamo dal fatto che l’umanità è fatta al 50% di donne e di uomini e noi vogliamo in un’assemblea in cui entrambi siano rappresentati in maniera equilibrata. Questo discorso deve valere per entrambi i due generi. La difesa della differenza, frutto del femminismo, non può essere dimenticata. Tra i giovani questi discorsi sono dimenticati perché si ritiene acquisito che si è tutti uguali. Anche su questo c’è un’operazione culturale che va fatta fra i giovani.

Andare oltre le proposte immediate

Un’operazione culturale: è l’obiettivo che ci si pone con la presentazione della proposta di legge da parte dell’Udi e la raccolta di firme. Il Laboratorio 50&50 ora sta lavorando sull’immediato, successivamente questo lavoro può poi servire per incrementare il dibattito che la campagna 50E50 vuole portare avanti oppure pensate che si chiude con questa proposta tecnica?

Rossanna Oliva

Innanzitutto non si chiude e poi, non successivamente ma già da ora c’è una sintonia con quello che avviene a livello di Udi, perché sono due strategie diverse, due contenuti diversi ma non tanto. Sia singolarmente sia come laboratorio 50&50 appoggiamo e sosteniamo l’iniziativa dell’Udi. Purtroppo le forze sono limitate e in questo momento siamo impegnate su questo, e non abbiamo ancora insediato un gruppo di raccolta delle firme a livello ufficiale. Nel momento che parte formalmente la raccolta delle firme siamo tutte disponibili, perché va arricchita questa rete che è cominciata nella scorsa legislatura. L’obiettivo è difficilissimo: riuscire a smuovere questa oligarchia maschilista non è facile, si tratta di questioni di potere.

Vorrei aggiungere qualcosa a proposito dell’art. 51. Ero tra quelle convinte che andasse benissimo così come era. E mi sono scandalizzata quando è uscita la famosa sentenza della Corte costituzionale [422/1995] che aboliva le quote per le norme nelle elezioni amministrative – per le quali era stato richiesto il giudizio – ma anche perché andava oltre e allargava la questione d’incostituzionalità d’ufficio a tutto. Quando però c’è stato il lavoro che è durato molti anni per un arricchimento dell’art. 51, io ho detto: ben venga; comunque è un ombrello sotto cui mettersi al riparo da decisioni dello stesso tipo. Ed in realtà, sono d’accordo che la formulazione è debole – e non a caso perché hanno scelto un tipo di formulazione che non incastrasse gli uomini parlamentari – però forse ci conviene non sbandierare questa debolezza. Con questa espressione del Parlamento per arricchire i principi della costituzione, siamo al riparo da altre sentenze come quella ricordata. Quella stessa sentenza richiamava i partiti alle loro responsabilità perché uno dei motivi della scarsa presenza delle donne è – come ricordato da Pina Nuzzo – la scarsa democraticità dei partiti, la debolezza della donna in politica per una serie di motivi di non democrazia, di oligarchia di persone insediate nel potere che non vogliono lasciare alle donne e ai giovani. La Corte costituzionale rivolgeva proprio ai partiti una richiesta perché si facessero carico della scarsa presenza delle donne nei luoghi decisionali.

Pina Nuzzo

Io vorrei tornare alla domanda come ci possiamo sostenere reciprocamente? Abbiamo il dovere politico di rispondere. C’è da notare che noi abbiamo usato un linguaggio antico che è anche nuovo. Noi abbiamo ripreso il termine campagna che evoca una modalità che è tutta nella nostra storia. Però non abbiamo ripreso il termine comitato promotore, come fatto quando si fatta è la campagna per la proposta di legge d’iniziativa popolare contro la violenza sessuale; nel comitato promotore c’erano delle donne politiche e costituiva una forma politica. Noi non l’abbiamo formato questa volta perché non abbiamo ritenuto che ci fossero le condizioni, perché la situazione politica è cambiata. Abbiamo parlato di Centri di raccolta delle firme e Consiglio delle donne.

I Centri di raccolta

Centri di raccolta sono una cosa molto semplice, che si può fare dovunque: lo può mettere in piedi una o due donne, può essere una donna dell’Udi, o amiche… Cioè diventa un modo di dare alle donne, quelle che vogliono : tornare ad avere un accesso alla politica, una forma di accesso alla politica, dove si impara di nuovo come ci si organizza sul territorio,cosa che in parte abbiamo dimenticato. Questo vale soprattutto per le ragazze nelle università, che sono già venute da noi e che devono autonomamente imparare cosa vuol dire raccogliere delle firme.

Il Consiglio delle donne

Il Consiglio delle donne sarà costituito il 19 maggio nell’ambito dell’autoconvocazione (dunque, un momento importante per noi); ne faranno parte le donne che si sono dichiarate disponibili e stanno sostenendo attraverso due parole scritte, facendosi carico non solo della raccolta delle firme ma anche del dibattito politico. Quindi il Consiglio delle donne diventa un luogo in cui noi vogliamo riaprire il dibattito tra di noi e anche con le esperienze diverse dalla nostra, ad esempio “Usciamo dal silenzio” che è molto diversa da noi nella forma e nel discorso; però, nello stesso tempo, c’è un riconoscimento reciproco. Se noi siamo capaci di dare segno pubblicamente di questo riconoscimento, non in modo formale, non con l’atteggiamento di chi ritiene di essere egemone o più erede del femminismo di qualcun altra, se riusciamo a dare questo segno riusciremo a rafforzare la Campagna perché daremo il segno che le donne di questo paese possono avere veramente un obiettivo comune. Comune non significa uguale, significa che io mi auguro che tutte le mediazioni che Aspettare stanca sta mettendo in atto vadano a buon porto. Se per caso avvenisse prima che tutto si risolve, farei una gran festa e non raccoglierei le firme… Se questo non accade non è però che quel pezzo di strada è buttato. Però chiedo un’altra cosa, dalle righe di questo sito che è molto seguito tra di noi: tornare, come detto all’inizio, a nominare le differenze, perché siamo diverse e se non nominiamo le differenze, con tutti i suoi limiti, non riusciremo a ricostruire nessun dialogo perché prevarrà il fantasma, l’immaginario, quello che uno pensa di essere e non quello che è.

Rosanna Oliva

A me piace molto questa idea di costituire il Consiglio delle donne, dove tutte insieme, a parte le diverse strategie o documenti, partiamo proprio dalla idea della differenza: quello che unisce chi fa una battaglia sulla rappresentanza di genere, o comunque la vogliamo chiamare, evidentemente parte dalla differenza. E’ del femminismo aver aggiunto alla parità dei diritti il concetto della differenza. Sicuramente ritrovarsi tutte insieme è importante e dimostrare che non ci sono divisioni, protagonismi, dà forza a quello che è un obiettivo comune, che partendo dalla differenza si arrivi anche a ridurre questo gap inaccettabile in un paese occidentale. Sul fatto che nella nostra strategia ci siano delle mediazioni, non mi risulta; noi non siamo neanche all’altezza di entrare in trattative con chi decide, siamo un po’ come il grillo parlante.

Cosa in comune da fare è chiedere, come lanciato anche dalle parlamentari di Rifondazione comunista, che durante l’esame, appena iniziato, delle leggi di modifica della riforma elettorale nella Commissione affari costituzionali in Senato, ci sia un’audizione ufficiale delle rappresentanti delle Associazioni delle donne. Mi sembra che potrebbe essere una cosa con un valore importante e significativo e che potrebbe essere utile.

Ripensare la rete

Pina Nuzzo

Mi piacerebbe ritornare sulla parola rete perché le parole non tornano mai invano. Noi abbiamo fatto il discorso della rete negli anni ottanta-novanta, abbiamo anche fatto il tentativo della convenzione. Curiosamente è venuto fuori anche da altre realtà di fare una convenzione… Io però so che abbiamo venti anni di politica alle spalle e su questi venti anni noi dobbiamo ancora dare un giudizio. Quindi le parole non sono innocenti, anche se le usiamo in modo innocente. Se tu mi nomini la rete, mi evoca dei passaggi. Quindi dico: non voglio una rete, voglio un momento di confronto e possibilmente vediamo come costruirlo. Io mi predispongo con un Consiglio delle donne. Voi state facendo un altro lavoro, come Aspettare stanca; ma il Laboratorio 50&50 non è fatto solo da Aspettare stanca e bisognerà capire come tutto il Laboratorio poi si muoverà, e tu sarai una mediazione della mediazione su questo, perché le storie non sono indifferenti.

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