XIV Congresso 2002, ci si riorganizza…

La necessità del XIV Congresso dell’Udi ha preso forma in un momento drammatico per noi e per il mondo intero e dentro questo contesto abbiamo continuamente collocato le nostre riflessioni, a cominciare dal documento scritto l’8 dicembre 2001 che ha segnato una svolta nel dibattito, sviluppato poi con il contributo di tutte.

Nell’Assemblea  Nazionale autoconvocata del 4 maggio 2002 abbiamo definito i tempi e i modi del Congresso, scegliendo di ricollocarci rispetto alla nostra storia collettiva e di assumerci la responsabilità di essere figlie del nostro tempo.

Siamo una  generazione che è arrivata alla politica a processo di emancipazione ormai concluso: abbiamo un livello di istruzione superiore, abbiamo sperimentato forme di lavoro tradizionalmente precluse alle donne, abbiamo memoria della paura dell’aborto e nello stesso tempo esperienza dell’autodeterminazione, abbiamo voluto famiglie diverse in virtù di una diversa percezione del nostro corpo e dei suoi desideri, ma abbiamo pur sempre allevato figli e ora ci occupiamo di genitori vecchi.

In sostanza, abbiamo avuto tutte le libertà, ma anche tutti i carichi di una gestione concreta e quotidiana dell’emancipazione. Siamo una generazione che in virtù della passione politica con cui ha vissuto e prodotto tutti questi eventi è consapevole che non si tratta di generica modernizzazione, ma di una nominata origine politica.

Siamo la generazione che si è assunta molte responsabilità nella vita e nei rapporti familiari e sociali: è ora tempo di tradurre tutto questo in parola collettiva e perciò in visibilità politica. E’ una precisa responsabilità che sentiamo nei confronti delle nuove generazioni se non vogliamo che si immetta, non una discontinuità, ma una vera e propria interruzione.

La stessa presenza di molte donne – giovani e no – nelle più varie manifestazioni contro la guerra, alle marce della pace, con grande partecipazione, ma nessuna specificità, ci ha fatto riflettere. La nostra generazione si era illusa che la guerra (dopo il Viet Nam) non avrebbe più fatto parte del nostro orizzonte e che l’emancipazione sarebbe stata irreversibile e universale: oggi sappiamo che questo non è vero e abbiamo sotto gli occhi vite di donne che ci obbligano a pensarci oltre i confini del nostro Paese e delle nostre forme di vita. Radichiamo perciò in questo presente, dove la pace è sempre a rischio, la politica che vogliamo fare, in uno sguardo che è insieme sulle nostra storia e sull’oggi del nostro Paese.

Non vogliamo perdere il senso profondo di quel femminismo che abbiamo agito nelle nostre vite e che ha modificato in modo irreversibile la socialità tra noi, il rapporto tra i sessi e i passaggi tra le generazioni. Conserviamo come patrimonio prezioso l’esito politico delle battaglie di emancipazione grazie alle quali la legislazione italiana rappresenta una buona approssimazione per la costruzione di una cittadinanza femminile. Non possiamo però confondere la parità giuridica con le libertà individuali, che attengono alle concrete condizioni di vita di ognuna e che incrociano profondamente quelle questioni di giustizia sociale e di valori della convivenza per come esse oggi interrogano la politica.

Il bisogno di riappropriarci del nostro corpo, e quindi anche degli spazi sociali in cui il corpo si muove, ci ha portate nel corso degli anni a pretendere luoghi in cui agire il separatismo, dove ognuna ha imparato a viversi come soggetto e dove insieme abbiamo potuto nominare la nostra soggettività politica, ma rischiamo di svendere la nostra stessa storia, in buona fede, quando dimentichiamo di pensare la politica a partire da quello che siamo diventate, dai privilegi che abbiamo accumulato, dalle perdite che abbiamo subito, dalle condizioni materiali che segnano le nostre vite e che facciamo fatica a svelare. Nella convivenza dell’oggi noi non possiamo dimenticare le donne che ci sono accanto e ci consentono, più delle stesse leggi, la pur faticosa qualità della vita che ci siamo conquistate. I nostri livelli di coscienza e di consapevolezza si giocano ancora in strategie del privato, dove alle colf e alle “badanti” affidiamo quella parte di necessaria cura del mondo e delle persone che si vive nel quotidiano e ancora non trova parola politica che disegni più estesi confini alla cittadinanza.

L’aumento della prostituzione di donne sempre più giovani e straniere esplicita anche per noi la vera condizione del rapporto tra i sessi: non possiamo guardare solo con orrore a questo proliferare dell’abuso di donne e bambini, senza considerare responsabile e connivente chiunque non si espone contro queste pratiche facendo i conti anche con il proprio genere. Non possiamo dimenticare che negli anni dell’autocoscienza ci siamo interrogate su quanto fosse simile la condizione di moglie a quella di prostituta, perché di fronte alle miserie del nostro genere non ci dichiaravamo estranee, ma pensavamo come possibile per ognuna l’esperienza dell’altra: sappiamo che la logica del mercato applicata ai corpi è funzionale al mantenimento degli equilibri di vita nelle case come nei posti di lavoro e nei governi.

Per questo politica significa prima di tutto costruire opportunità concrete per la piena dignità di ogni esistenza, prima condizione per la reale possibilità di quel dialogo civile tra soggetti su cui si fonda la democrazia. A queste donne che ci sono accanto noi non possiamo mostrare solo la strada che abbiamo percorso, ma vogliamo a nostra volta percorrere con loro quel tratto che gliela renda concretamente praticabile.

Lo smarrimento che ci prende di fronte alle tragedie piccole/grandi che piombano ogni giorno nelle nostre case può diventare una risorsa emotiva che ci aiuta a ricollocarci sul terreno della responsabilità e delle scelte: non possiamo eludere con pratiche genericamente solidali la questione della distribuzione e del governo delle risorse, noi che abitiamo la parte ricca del pianeta. Non vogliamo neppure correre il rischio di cadere nella demagogia delle parole, perché sappiamo che non è superabile con le “buone” dichiarazioni la distanza reale fra le nostre esistenze, ma abbiamo imparato che mettere in comune il “partire da sé” significa fare i conti con la concretezza della propria storia e su questo terreno siamo disposte a lavorare per una forma della politica in cui ci sia misura per ognuna e per tutte.

Parliamo al femminile non solo perché vogliamo rendere visibile l’identità da cui partiamo, ma perché abbiamo imparato che i soggetti non nominati diventano invisibili nella storia e irrilevanti nella politica. La storia della nostra associazione è un patrimonio che non possiamo lasciare solo al deposito degli archivi, ma ci sollecita a guardare il mondo e parlare con le nuove generazioni a partire dal tempo e dallo spazio che abitiamo insieme. Sentiamo la necessità di sperimentare forme politiche adeguate alle nostre vite. Per questo abbiamo pensato che ci serviva un Percorso  Congressuale da sviluppare in due modalità contemporanee e parallele, che si ricongiungeranno in un momento conclusivo: il Censimento dell’Udi e le due Assemblee Nazionali Autoconvocate a tema.

 Il censimento è la forma del congresso finalizzata alla conoscenza di tutte le realtà dell’Udi e alla condivisione del dibattito sui temi congressuali. Per partecipare al censimento la richiesta va inoltrata alla Sede nazionale dell’Udi  e ogni gruppo concorderà con le Responsabili di Sede Nazionale modi e forme.

Ogni gruppo renderà visibili le attività e iniziative che produce permanentemente o occasionalmente sul territorio, le forme di finanziamento che lo sostengono e le donne che fanno riferimento in varie forme al gruppo stesso: le realtà che avranno realizzato il censimento sono l’Udi. Per le singole l’atto di registrazione dell’anno in corso equivale alla partecipazione al Censimento. Per la conclusione del Congresso sarà fondamentale il censimento che avrà accompagnato tutto il percorso, perché diventerà, insieme con il dibattito politico delle due assemblee di novembre e di febbraio, la base del nuovo Statuto dell’Associazione.

Abbiamo conservato a tutto il percorso congressuale la forma dell’Assemblea autoconvocata che abbiamo sedimentato nell’esperienza di questi vent’anni, per continuare a valorizzare la presenza di ognuna. Escludiamo di lavorare per gruppi perché in questo  momento della nostra storia politica abbiamo necessità di un dibattito in cui tutte possiamo confrontarci con la capacità di stare in un luogo politico. Per preparare le due autoconvocazioni tutti i gruppi e le singole sono invitate a produrre per tempo riflessioni scritte che saranno a fondamento della discussione di ciascuna assemblea.

 Per partecipare al Congresso è necessaria la registrazione fatta presso l’Udi nazionale o una delle sedi locali. Per la prima tappa del Congresso vale la registrazione del 2002, per la seconda e terza tappa sarà necessaria la registrazione del 2003. Partecipano al Congresso, ovviamente  con diritto di parola e di voto, le donne dell’Udi regolarmente registrate. Ad ogni tappa del Congresso possono essere presenti donne non registrate, come invitate o comunque interessate ad assistere al dibattito. A queste donne chiederemo di sostenere il Congresso con un contributo volontario.

Roma, 6 settembre 2002

PERCORSO XIV CONGRESSO NAZIONALE DELL’UDI

Prima Assemblea nazionale autoconvocata
Roma, 23-24 novembre 2002
Casa Internazionale delle donne
FARE POLITICA, ABITARE LA DEMOCRAZIA, VIVERE IN PACE
Seconda Assemblea nazionale autoconvocata
Modena, 8-9 febbraio 2003
Casa delle donne
PASSAGGI DI CITTADINANZA TRA GENERAZIONI DI DONNE
Assemblea Congressuale conclusiva
Roma, aprile 2003
Casa Internazionale delle donne
UN PATTO PER DIRE NOI DOVE OGNUNA HA GIA’ IMPARATO A DIRE IO

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