Concetta Carrà

Donne, politica, istituzioni, 2007/2008

Una proposta di legge di iniziativa popolare: la campagna “50E50… ovunque si decide”

 

“Io voglio esserci per decidere del futuro ovunque” è lo slogan che ha caratterizzato la campagna “50E50” promossa dall’Udi al fine di raccogliere le firme necessarie per la presentazione della proposta di legge di iniziativa popolare dal titolo “Norme di democrazia paritaria per le assemblee elettive”. La campagna, conclusasi lo scorso 30 novembre, ha portato al raggiungimento di oltre 100.000 firme, traguardo che può considerarsi la vittoria di un’associazione che ha deciso di promuovere un’iniziativa volta a favorire la presenza femminile in tutti i luoghi decisionali, “ovunque si decide”, come recita un altro slogan della campagna.   

  1. La proposta

Il 30 novembre scorso l’associazione femminile Udi (Unione Donne in Italia) ha consegnato in Senato le oltre 100.000[1] firme raccolte in seguito alla campagna promossa al fine di sostenere la proposta di legge di iniziativa popolare dal titolo  “Norme di democrazia paritaria per le assemblee elettive”.

La proposta, composta da 5 articoli,“detta norme di democrazia paritaria per l’accesso di cittadini e cittadine alle Assemblee elettive in condizioni di uguaglianza” (art. 1). L’ambito di applicazione cui si riferisce è quello delle “competizioni elettorali relative alle Assemblee elettive di: Circoscrizioni nei Comuni, Comuni, Città Metropolitane, Province, Regioni a Statuto ordinario, nonché alle elezioni di Camera dei Deputati, Senato della Repubblica e dei componenti del Parlamento Europeo spettanti all’Italia” (art. 2). I principi cui la proposta si ispira per la presentazione delle candidature sono identici, sia che si tratti di candidature in liste o gruppi o che si tratti di candidature in collegi uninominali, nel caso venissero reintrodotti.  Nel primo caso si stabilisce che “in ogni lista o gruppo di candidati, le candidature sono costituite da un numero uguale di donne e uomini,  sono disposte in ordine alternato per sesso e, in caso di disparità numerica, lo scarto è di una unità”, pena l’irricevibilità della lista stessa (art. 3); nel secondo caso, “le candidature complessive contraddistinte dal medesimo contrassegno sono costituite da un numero uguale di donne e uomini e, in caso di disparità numerica, lo scarto è di una unità” pena la non ammissione alla competizione elettorale in quella circoscrizione da parte di quei partiti, movimenti o coalizioni di partiti che non rispettano tali norme (art. 4). La proposta si ispira all’articolo 51 della Costituzione che prevede la parità d’accesso di uomini e donne agli uffici pubblici ed alle cariche elettive ed, in seguito alla legge costituzionale n. 1 del 30 maggio 2003 “Modifica dell’art. 51 della Costituzione”, l’attuazione da parte della Repubblica di provvedimenti mirati alla promozione delle pari opportunità tra donne e uomini.[2]

La proposta inoltre supera il dibattito italiano sulla rappresentanza politica femminile articolatosi intorno alla possibilità di introdurre le quote, considerando le quote come inadeguati strumenti di tutela nei confronti di una minoranza (le donne) discriminata. «Siamo una  associazione di donne» – ha dichiarato la delegata alla sede nazionale- «che vuole veramente che il 50E50 si realizzi, non stiamo lavorando per avere il 20 o il 30.  Noi non vogliamo le quote, neanche un momentaneo… 50%!  Noi vogliamo esserci in modo paritario. E non ci interessa che le donne rappresentino le donne, questo è stato anche un equivoco della nostra politica, non crediamo alla rappresentanza di genere e  sarebbe contro  il principio della  Costituzione che vuole gli eletti senza vincolo di mandato».[3]

La proposta  mira dunque a realizzare una democrazia paritaria e duale, abbandonando la “rappresentanza di genere, perché noi non vogliamo che le donne rappresentino le donne ma che le donne esercitino un diritto costituzionale: la possibilità di essere candidate ed eventualmente di farsi  eleggere per rappresentare uomini e donne”, in altre parole, “vogliamo essere presenti  ai nastri di partenza per gareggiare alla pari”[4].

La campagna per la raccolta delle firme, promossa formalmente nel corso dell’Assemblea autoconvocatasi nel mese di novembre 2006, è stata  avviata ufficialmente il 2 giugno 2007, 61° anniversario della Repubblica e giorno scelto dunque per la sua forte valenza  simbolica.  Nel maggio precedente l’associazione  aveva inviato ai parlamentari e alle parlamentari italiane una lettera in cui, dopo aver illustrato il testo della proposta e sottolineato ancora come non si trattasse del tentativo di garantire quote riservate per le donne, aveva specificato che si intendevano “rimuovere gli ostacoli alla passione politica delle donne, oggi gravemente frustrata dall’ingiustificabile sequestro dei compiti legislativi e di governo da parte di un solo sesso”. Si auspicava inoltre che la proposta fosse in grado di “promuovere un nuovo dialogo politico, contagioso per tutte le situazioni e i luoghi nei quali si discute e si decide della vita collettiva,  e capace di civilizzare la convivenza, che è in radice convivenza  di uomini e donne”[5]. Nonostante la inesistente campagna informativa da parte dei mezzi di comunicazione di massa, lamentata dalla stessa associazione, ed avendo a disposizione soltanto la possibilità di poter contare sulle informazioni inviate prevalentemente tramite posta elettronica e rese note sui propri siti l’associazione è riuscita ad avere il sostegno di alcune amministrazioni comunali e di alcuni comitati pari opportunità. E’ riuscita inoltre nell’intento di  mobilitare un gran numero di donne,  prescindendo dalle appartenenze di partito, anzi, escludendole esplicitamente e rivolgendosi direttamente a tutte le donne interessate. Fin dall’avvio della campagna è stato subito infatti precisato che “per scelta precisa non abbiamo da tempo interlocutori privilegiati, né nella politica istituzionale, né nei partiti, né nei movimenti. Le nostre interlocutrici privilegiate restano le donne, tutte le donne, senza distinzione. E il fatto che noi ci rivolgiamo a tutte non vuol dire assolutamente sminuire o diluire i significati della nostra iniziativa, in nome di una presunta trasversalità, tutt’altro: sta a significare che il nostro sguardo è altrove rispetto ai parametri tradizionali della Politica Istituzionale.”[6] Per quel che ha riguardato poi l’organizzazione concreta è stato ribadito che non potevano far parte dei Centri di raccolta “né sigle di Partito, né uomini in ruoli di responsabilità o di adesione sbandierata”. Le donne stesse, se iscritte ad un partito, partecipavano alla raccolta “con il proprio nome e cognome, prima dell’eventuale sigla.”[7] Molti sono stati i  Centri di raccolta attivati in tutta Italia, alcuni dell’Udi, altri sorti spontaneamente ma in continuo e diretto contatto con l’associazione. Tra quelli in cui si è raggiunto il numero più alto di firme spiccano i centri sorti nell’Emilia Romagna e nel Salento.[8]

Con la campagna promossa a sostegno di questa proposta, l’Udi  riacquista visibilità politica dopo 25 anni.  L’organizzazione, che ha alle sue spalle più di 60 anni di attività, nasce nell’autunno del 1944 in seguito ad una scelta strategica operata dal partito comunista al fine di creare un’organizzazione per attrarre le masse femminili ed estendere contemporaneamente la sfera del  proprio consenso elettorale. La scelta strategica operata dal partito è evidente, dal momento che la previsione della costituzione di un’organizzazione di massa che raccogliesse tutte le donne italiane rappresenta uno degli aspetti dell’impostazione del lavoro femminile discussi in una riunione della segreteria del partito datata 20 luglio 1944.[9]

Da sempre promotrice di iniziative volte a rendere effettivamente paritaria la posizione della donna nella sfera lavorativa, in quella familiare ed in quella sociale, a partire dall’immediato secondo dopoguerra si è particolarmente impegnata nelle battaglie per il diritto al lavoro inteso sia come parità d’accesso che di trattamento che come creazione di una società di servizi che aiutasse le donne a conciliare gli impegni familiari con le responsabilità lavorative. L’associazione, inaugurando inoltre il ricorso alla presentazione di proposte di legge di iniziativa popolare,[10] negli anni Settanta è stata presente in prima linea alle mobilitazioni in favore della riforma del diritto di famiglia, del divorzio e tra le promotrici della proposta di legge di iniziativa popolare contro la violenza sessuale che porterà alla raccolta di 300.000 firme e che diventerà legge nel 1996. In relazione alla delicata tematica dell’aborto, ha dichiarato la sua autonomia dal  partito comunista, non ritrovandosi più nell’atteggiamento assunto dal partito, accusato di essere, al pari degli altri partiti di sinistra, a favore della legge ma di non battersi, all’interno delle istituzioni, per la sua piena attuazione.

In occasione dell’XI congresso, svoltosi nel 1982, si è sciolta nel movimento e si è affidata all’attività dei gruppi presenti sul territorio, «privilegiando l’azione sociale a quella politico-istituzionale».[11] Dal 2003 ha cambiato nome, da Unione donne italiane ad Unione donne in Italia, ad indicare la sua vicinanza ed il suo interessamento ai diversi problemi di  tutte le donne presenti sul territorio nazionale. I temi prevalenti di cui si occupa attualmente restano il lavoro, con una particolare attenzione rivolta al mondo del precariato, ed il fenomeno, ancora purtroppo largamente diffuso, della violenza e dei maltrattamenti sulle donne.

  1. I precedenti.

La proposta dell’Udi fornisce un’occasione per riflettere sul fenomeno della scarsa rappresentanza politica femminile che, pur non essendo tipicamente italiano, assume toni particolarmente vistosi nel nostro Paese, dove le donne, dall’acquisizione del diritto di voto, hanno incontrato notevoli difficoltà nell’accesso alle cariche elettive: dal 1948 ad oggi, infatti, la presenza femminile all’interno delle istituzioni parlamentari si è aggirata intorno a percentuali sempre al di sotto del 20%, raggiungendo il suo minimo storico nelle elezioni politiche svoltesi nel 1968 (V legislatura- 2,8%).[12] Pur costituendo più della metà dell’elettorato, dato che sono il 52% della popolazione, le donne italiane «vengono rappresentate, anche nei casi più felici sia nei commerci sociali che nei commerci politici con percentuali sempre di molto inferiori al 50%».[13] Questo succede perché le donne vengono maggiormente discriminate non nel settore rappresentato dall’insieme dei diritti potestativi o “diritti di”, ma in quello dei diritti-aspettativa o “diritti a”, «quali sono, in particolare, il diritto al lavoro, i diritti politici di elettorato passivo, i diritti di accesso e di carriera nei pubblici uffici».[14]

Questi elementi pongono l’Italia quasi al 60° posto, dopo molti paesi del Terzo mondo, nella classifica stilata dall’Unione interparlamentare in relazione alla presenza femminile all’interno delle istituzioni politiche. I tentativi più recenti di risolvere tale situazione risalgono alle tormentate vicende verificatesi nella XIV legislatura, nell’autunno 2005, quando, all’interno del dibattito sulla riforma elettorale, venne bocciato dalla stessa maggioranza di governo un emendamento proposto dal Ministro per le pari opportunità, S. Prestigiacomo, e  volto a prevedere le quote rosa nel reintrodotto sistema elettorale proporzionale.[15] Commentando l’accaduto con l’emanazione di un comunicato stampa, l’Udi chiedeva una presa di posizione dei partiti che desideravano invece la realizzazione di una democrazia paritaria, invitandoli a porre “donne in testa a tutte le liste, alle prossime elezioni”.[16] Il legislatore italiano già a partire dagli anni Novanta aveva introdotto norme volte a favorire una maggiore presenza femminile all’interno delle istituzioni politiche. Si possono ricordare in particolare le due leggi elettorali del 1993; la prima, la n. 81 del 1993, che, in riferimento all’elezione del Consiglio comunale stabiliva che nelle liste dei candidati nessuno dei due sessi potesse essere rappresentato in misura superiore ai tre quarti o ai due terzi dei consiglieri assegnati, a seconda che si trattasse di comuni con una popolazione fino o oltre  15000 abitanti. La seconda, la legge n. 277 del 1993, all’interno di un sistema elettorale per tre quarti maggioritario e per un quarto proporzionale, riferendosi all’elezione della Camera dei deputati, prevedeva che le liste presentate per l’attribuzione proporzionale dei seggi fossero formate da candidature alternate di uomini e donne. Trattandosi di liste bloccate e quindi sottratte al voto di preferenza dell’elettore, la norma ha prodotto un buon risultato alle politiche del 27 e 28 marzo 2004, ma è stata applicata solo per una consultazione elettorale in quanto dichiarata, con una contestata sentenza,  incostituzionale dalla Corte Costituzionale nel 1995 che, nella presenza di quote di candidature riservate alle donne, ravvisava la certezza dell’elezione, contrastante con il principio di uguaglianza.[17] Dichiarate dunque incostituzionali, l’unico modo per reintrodurre le quote era quello di procedere ad una modifica della Costituzione, attraverso l’emanazione di leggi di revisione costituzionale. A partire dal 2001 si è proceduto approvando  leggi costituzionali che hanno modificato le leggi elettorali delle regioni, comprese quelle a statuto speciale e che hanno sancito l’impegno a promuovere condizioni di parità d’accesso nelle candidature.  Attualmente le quote sono previste anche in molti degli statuti di alcuni partiti politici, anche, si può supporre, in seguito all’approvazione di una legge del 1999 che impone ai partiti politici di destinare il 5% delle quote loro rimborsate per le spese elettorali in delle iniziative volte a favorire la partecipazione attiva delle donne alla vita politica. Questi strumenti possono essere molto utili, ma è necessario che siano integrati da un discorso di più ampio raggio, come notava la politologa G. Zincone alcuni anni fa, sottolineando la necessità di evitare che si cada nei meccanismi della “democrazia del granchio”, di una democrazia, cioè, che vede sempre regredire i diritti delle donne.[18] Quello che manca, continuava l’autrice, non sono gli strumenti tecnici da adottare per fare in modo che le donne siano rappresentate a livello politico, ma «la convinzione che il riequilibrio della rappresentanza debba costituire un obiettivo pubblico desiderabile perché si inserisce in una strategia di conquista di dignità».[19] Infine, concludeva la Zincone, è necessaria «una cultura civica che riconosce il ruolo politico delle donne»,[20] poiché è questo, affermava amaramente la studiosa, il reale elemento negativo, «la variabile che meno di tutte si può modificare per decreto».[21] Questa interpretazione della Zincone trova conferma in un sondaggio dell’Istituto Cattaneo i cui risultati sono stati resi noti nel 2004. Nel sondaggio, infatti, oltre ad emergere la contrarietà degli italiani all’utilizzo  delle quote, persiste la concezione comune  che considera le donne poco adatte all’attività politica o che, comunque, non crede che la loro limitata presenza nelle istituzioni sia da considerarsi problematica,[22] come invece lo è, dal momento che la scarsa rappresentanza politica femminile è un elemento che rappresenta il campanello d’allarme della qualità del sistema democratico nel suo complesso.[23]

 

 NOTE

[1] Le firme consegnate sono state esattamente 120.740. Ne sarebbero bastate la metà, come recita l’art. 71 della nostra Costituzione, che attribuisce l’iniziativa legislativa al popolo,  che la esercita “mediante la proposta, da parte di almeno cinquantamila elettori, di un progetto redatto in articoli”.

[2] Il disegno di legge approvato con una larghissima maggioranza, sia alla Camera (345 voti favorevoli e 6 contrari) che al Senato (222 voti favorevoli e 5 astensioni), modifica l’articolo 51 attraverso l’introduzione di un periodo che va ad aggiungersi al primo comma. Il nuovo testo recita infatti: “ Tutti i cittadini dell’uno o dell’altro sesso possono accedere  agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza, secondo i requisiti stabiliti dalla legge. A tal fine la Repubblica promuove con appositi provvedimenti le pari opportunità tra donne e uomini. La legge può, per l’ammissione ai pubblici uffici e alle cariche elettive, parificare ai cittadini gli italiani  non appartenenti alla Repubblica. Chi è chiamato a funzioni pubbliche elettive ha diritto di disporre del tempo necessario al loro adempimento e di conservare il suo posto di lavoro.” (in corsivo il periodo aggiunto). Cfr. G. Casadio, “Via libera alle ‘quote rosa’ entrano nella Costituzione”, «la Repubblica», 21 febbraio 2003, pp. 12-13.

[3] Dall’introduzione di Pina Nuzzo al  seminario dell’Udi del 22 febbraio 2007, svoltosi presso la Sala Olivetti di Roma.

[4] Come ha sostenuto la delegata alla sede nazionale Pina Nuzzo, nella sua relazione presentata in occasione della manifestazione nazionale dei Centri di raccolta svoltasi a Roma, in Piazza Farnese, il 13 ottobre 2007.

[5] Dal testo della lettera inviata e datata 14 maggio 2007, firmata da Pina Nuzzo delegata alla sede nazionale e da Lidia Campagnano del coordinamento nazionale

[6] Dal documento “Chiamata alla compromissione”, datato  4 maggio 2007 e firmato da  Pina Nuzzo, delegata alla sede nazionale, e Milena Carone, del coordinamento nazionale.

[7] Dal documento inviato dalla delegata alla sede nazionale il 25 giugno 2007.

[8] Cfr. le informazioni relative alla mappa dei centri contenute sul sito www.50e50.it.

[9] Cfr. Verbale della riunione della Segreteria del 20 luglio 1944, in Verbali della Segreteria del Pci, 1944-1946, in  Archivio del Partito Comunista presso la Fondazione Istituto Gramsci, Roma.   

[10] Nel 1962 l’Udi presenta al Senato una proposta di legge sottoscritta da oltre 80.000 elettrici e rivolta a fare in modo che il lavoro della donna contadina venisse considerato uguale a quello dell’uomo. Altre 50.000 firme furono raccolte, sempre negli anni Sessanta, per la presentazione di una proposta di legge volta ad assicurare un assegno mensile alle casalinghe. Entrambe le proposte non giunsero alla discussione; la prima situazione verrà risolta in maniera positiva per le donne contadine in seguito all’approvazione del nuovo diritto di famiglia, che, in base all’istituto della comunione dei beni, stabiliva la possibilità per la donna di essere comproprietaria del patrimonio familiare alla cui formazione aveva contribuito con il proprio lavoro;  la situazione delle casalinghe troverà una soluzione nella riforma del sistema presidenziale del 1969, in base alla quale entrerà in vigore la pensione sociale. Cfr, in proposito Michetti, Repetto, Viviani, Udi: laboratorio di politica delle donne, Rubbettino, Soveria Mannelli, 1998, pp. 137 e 141-142.

[11] Cfr. A. Di Lellio, “Il femminismo”, in G. Pasquino, (a cura di), La politica italiana. Dizionario critico 1945-95, Laterza, Roma-Bari, 1995, p. 237.

[12] In quella data sono state elette soltanto 18 deputate, pari al 2,8% del totale e 10 senatrici, corrispondenti al 3%. Cfr. P. Bonanni, (a cura di), Donne in politica, IV edizione, Presidenza del Consiglio dei ministri, Dipartimento per le pari opportunità, Roma, 2001, p. 72.

[13] A. Del Re, “A parità di genere”, in Ibidem, p. 14.

[14] L. Ferrajoli, “Differenza di genere e garanzie di uguaglianza”, in F. Bimbi, A. Del Re, (a cura di), Genere e democrazia, Rosenberg & Sellier, Torino, 1997, p. 98.

[15] La vicenda è ricostruita da A. Donà, “La partecipazione e la rappresentanza femminile nel sistema politico italiano”, in G. Fiume, (a cura di), Donne, diritti, democrazia, XL, Roma, 2007, pp. 163-164.

[16] Dal comunicato stampa del 13 ottobre 2005.

[17] Cfr. G. Brunelli, Donne e politica, Il Mulino, Bologna, 2007, pp. 48-55.

[18] G. Zincone, “La democrazia del granchio”, in P. Izzi Di Paolo-C. Sepe, (a cura di), Il voto alle donne cinquant’anni dopo, atti del Convegno promosso dal Centro Italiano Femminile, 6-7 marzo 1995, Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, Roma, 1996,  p. 206.

[19] Ivi.

[20] Ibidem, p. 216.

[21] Ivi.

[22]  Cfr. S. Stimolo,  “Gli italiani e le donne in politica «Brave ma evitino le quote rosa»”, «Corriere della Sera», 23 ottobre 2004, p.12. Solo una percentuale bassissima di uomini e donne considera le donne davvero esperte di  politica;  alla domanda  “tra gli elettori, chi ritiene si intenda più di politica?”, solo il 3,5% delle donne (ed il 3,4 % degli uomini) considera le donne davvero esperte di politica.

[23] Cfr. M. Guadagnini, “La cittadinanza politica: presenza delle donne in Parlamento negli anni Novanta”, in F. Bimbi, A. Del Re, (a cura di), Genere e democrazia, Rosenberg & Sellier, Torino, 1997, p. 53.

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