lettera al tempo di mail

 presentata il 26 giugno 2010 al Gruppo che ha preparato il XV Congresso. 

Cara…

scrivere un documento in forma di lettera è il modo più diretto e semplice per dirti perché l’Udi ha deciso di andare ad un Congresso. Avremo ancora modo di incontrarci, mi dirai cosa pensi di iniziative come le Campagne e delle altre occasioni in cui hai conosciuto l’associazione. Adesso c’è da capire la politica che possiamo fare insieme, a partire da un approccio differente che contiene anche l’età, tu magari avresti esordito dicendo: salve! Ti rubo un po’ di tempo per ripercorrere alcuni passaggi, devo farlo proprio per le tue domande, per quella voglia di sapere che è naturale quando ci si immette in un percorso cominciato tanto tempo prima. E questo ripercorrere è un fare memoria che serve a tutte.

Riconoscere le origini  è sempre utile per non perdere di vista da dove si è partite e per sapere meglio dove si vuole approdare.  Rileggere permette di riconoscere questioni che riguardano anche te che vuoi fare politica oggi; sapere come sono state affrontate e risolte negli anni permetterà di trovare la soluzione più consona alle donne che siamo diventate; può servire anche a non ripetere gli errori. La nostra storia inizia quando la guerra non era ancora finita e nel 1945 una minoranza di donne, organizzata e consapevole, si fa carico di esprimere comportamenti e sentimenti diffusi tra le donne. Un effetto paradossale della guerra era stato quello di dare l’occasione a tante di mettersi alla prova fuori dai ruoli previsti. E gli uomini una volta tornati a casa trovarono che  niente sarebbe stato più come prima. Da quel momento comincia una grande vicenda politica collettiva arrivata sino a noi senza interruzioni, con discontinuità e invenzioni originali che determinano la fisionomia dell’Udi così come tu l’hai incontrata oggi.

La specificità del proprio ruolo e l’autonomia dai partiti è un nodo cruciale che si presenta fin dalle origini e che l’Udi si troverà ad affrontare ciclicamente. Sarà la questione delle questioni, accanto e prima di tutte le altre. Una prima svolta vera c’è già nel Congresso del 1959, quando si pone al centro l’emancipazione della donna e il carattere autonomo ed unitario dell’Associazione, scelta che incontrò difficoltà ed ostacoli per te oggi inimmaginabili: l’emancipazione era vista come il principio della rovina della famiglia. Nel 1964, per la prima volta si fa riferimento alla società non più solo come capitalistica, ma propriamente come “società maschilista”, mentre fino ad allora il pensiero dominante che faceva da sfondo a tutte le battaglie era che, con il progresso generale della società, non sarebbero più esistiti problemi femminili, ma solo aspetti femminili di problemi generali. Negli anni successivi, le donne dell’Udi si impegnano soprattutto in lotte concrete sul territorio per i servizi sociali, convinte che sia necessario spostare le risorse dai consumi privati ai consumi sociali.

Ogni epoca ha le sue giovani…

L’ormai mitico Sessantotto vedrà coinvolte molte giovani donne, in tante partecipano alle manifestazioni studentesche e alle lotte operaie. In quel primo protagonismo giovanile che contestava ruoli e gerarchie in tutte le istituzioni, compresa la famiglia, le donne cominciano a percepirsi come portatrici di una contraddizione che si svela prima di tutto a loro stesse: la contraddizione di sesso. Le donne giovani di quel tempo – più acculturate delle loro madri –  volevano essere parte integrante di un forte movimento di protesta e hanno dapprima negato in via di principio la specificità femminile, su cui l’Udi continuerà a resistere e ad esistere. Ad un certo punto, quelle donne si resero conto di essere non più l’angelo del focolare ma pur sempre l’angelo del ciclostile – se sai cos’era un ciclostile vuol dire che hai una certa età –  un’immagine molto efficace per indicare una subalternità che le donne si trovarono a vivere anche nei luoghi apparentemente più aperti e rivoluzionari come potevano essere certi collettivi studenteschi.

 Cosa ha comportato il femminismo…

Nasce in quegli anni la spinta a prendere in mano la propria vita. Si avvia quel grande processo collettivo che va sotto il nome di femminismo, del quale molte oggi – giovani e meno giovani – sanno poco, in realtà. Negli anni settanta la politica delle donne in Italia vive certamente il suo periodo più intenso e dibattuto, incrociandosi con vicende mondiali e nazionali sconvolgenti. L’azione delle donne dell’Udi, a sua volta, si incrocia e di frequente si scontra con un sentimento diffuso e magmatico di rivolta che anima le donne più giovani e ormai più istruite, nelle università e nelle grandi città. Quel sentimento prenderà spesso la forma del piccolo gruppo di autocoscienza, oppure del collettivo studentesco o di quartiere che quando si rendono visibili lo fanno attraverso gesti, documenti e linguaggi inediti. Molte donne restituiscono un’esperienza del corpo femminile, dei suoi desideri e della sessualità con forme estranee e a volte scandalose per una istituzione come l’Udi. Quelle stesse forme però parleranno alle donne concrete che ne fanno parte. Il personale è politico non è solo una parola d’ordine femminista, diventa un modo quotidiano conflittuale di rapportarsi al maschilismo di padri, fratelli, compagni, mariti. Quando le donne dell’Udi cominciano a guardare  alla propria vita individuale come luogo dal quale partire per fare politica, l’istituzione-Udi è obbligata a spostare i confini della sua politica per tenersi ancorata alla vita concreta delle donne. Nel 1974, durante un referendum promosso per abrogare la legge sul divorzio del 1970, si manifesta per la prima volta  in modo eclatante un protagonismo femminile al quale le donne dell’Udi danno una spinta determinante, e questo a prescindere anche dal merito della questione sui diritti civili. Quella è infatti la prima occasione in cui le donne organizzate riescono a trovare argomenti efficaci e condivisi dalla maggioranza delle  italiane, di qualunque estrazione e cultura, per condurre in termini di massa la Campagna per il NO. Lo fanno slegate da appartenenze di partito o da meccanismi elettorali.

In quanti modi si può essere unite in Italia…

L’Udi dopo questa esperienza si sentirà attrice sulla scena politica e troverà la padronanza per  affrontare  la questione dell’aborto. Il divorzio e l’aborto sono, in estrema sintesi, le due grandi occasioni in cui le donne in Italia intrecciano alleanze efficaci per lottare contro una diffusa cultura patriarcale. E furono anche la premessa per un confronto aperto e pubblico tra le donne dell’Udi, dell’Mld (Movimento Liberazione Donna), dei collettivi studenteschi e le femministe sulla violenza sessuale, dove si espressero concezioni politiche diverse che, però, facevano opinione. Nel settembre del 1979 viene presentata una proposta di legge di iniziativa popolare “relativa ai crimini perpetrati attraverso la violenza sessuale e fisica contro la persona” elaborata dal Movimento di Liberazione della Donna e fatta propria, dopo un acceso dibattito, dall’Udi, dal Collettivo romano di via Pompeo Magno MFR, e dalle riviste “Effe”, “Quotidiano donna”, “Noi Donne” e “DWF”: le 50.000 firme necessarie per la presentazione saranno ampiamente superate, furono infatti 300.000, e saranno solennemente consegnate al Parlamento da un corteo aperto da decine di carriole in occasione dell’8 marzo 1980. L’azione aveva dato luogo a fortissime discussioni all’interno del movimento sia sull’opportunità di avvalersi di un meccanismo legislativo, come anche nel merito di alcune procedure. In Parlamento il dibattito durerà degli anni prima di arrivare ad una legge. La “trasversalità” che verrà finalmente trovata nel 1996 per approvare quella legge è stata il frutto di mediazioni più funzionali alle logiche di parte che alle proposte delle donne. Si dichiarò lo stupro sì un delitto contro la persona, però si manifestarono reticenze e ambiguità volte a preservare in qualche modo l’ambito familiare, quelle stesse mura dove, lo si denuncerà solo molto dopo, avvengono le peggiori nefandezze. Di questo abbiamo parlato anche nella prima edizione del 2006 della Scuola politica, dal titolo: Leggere una legge, dove siamo partite dallo studio di tutto quello che avvenne prima durante e dopo la presentazione del progetto di legge di iniziativa popolare per la modifica del codice penale sulla violenza carnale.

Autodeterminazione, nulla si può più fare senza

Nel 1978 viene approvata finalmente la legge “Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza” più nota come 194 o sbrigativamente legge sull’aborto. Quella legge è ancora in piedi, ha superato il tentativo di abrogazione attraverso due referendum, i suoi principi vengono ciclicamente messi in discussione, apertamente o sotterraneamente. E’ accaduto in Parlamento nella vicenda sulla procreazione medicalmente assistita, accade ogni giorno negli ospedali italiani in cui obiettano anche i portantini, accade nei consultori con i dissuasori, accade con l’ostruzionismo alla pillola RU486. Autodeterminanzione, da allora, segnerà un atteggiamento femminile generalizzato sulla vita. Cambierà in modo irreversibile la percezione di tutte noi verso il mondo, modificando il rapporto con la cultura e con  il costume. Ecco perché possiamo dire oggi che ciò che ha lasciato il femminismo è nelle vite di tutte, incluse quelle che si affrettano a dire di sé “non sono femminista”. E poiché la frase diventa “non sono femminista, ma…”, in quel ma c’è già un riconoscimento. Questi sono solo cenni, ma sono sufficienti a ripercorrere con te, velocemente, le tante battaglie che l’Udi ha portato avanti, e le conquiste ottenute per il progresso di tutta la società italiana. Ho voluto soffermarmi su questi punti, perché sono quelli cruciali e perché sono alcuni di quelli che si ripropongono oggi. Ovviamente non si ripropongono allo stesso modo.

Non più un’organizzazione per le donne, ma delle donne…

Nel 1978, il Congresso è preceduto da una fase di discussione molto aperta, libera, accesa, dove si scavalcano le tradizionali strutture organizzative e i tradizionali meccanismi delle deleghe, si garantisce un’ampia presenza di donne giovani sia dell’UDI sia provenienti da esperienze dei collettivi. Ci saranno analisi approfondite su sessualità, maternità, violenza, prostituzione, lavoro, casalinghità, famiglia, ma il fuoco della discussione diventa l’organizzazione, in particolare gli organismi dirigenti, l’autofinanziamento, la figura della funzionaria. Nell’Udi si chiamava funzionaria colei che, per lavoro, aveva il compito di pensare la politica e di realizzarla, coinvolgendo le iscritte, ma anche indirizzandole. Nell’accogliere le sollecitazioni che venivano dalle donne dei circoli, le poteva accadere anche di mettere a rischio il posto di lavoro; così come le accadeva spesso di essere contestata dalle iscritte, perché vissuta come quella che dava la linea, come una professionista dell’emancipazione. Viene avanti il bisogno di costruire un’organizzazione diversa; si comincia a pensare l’Udi non più come istituzione ma movimento organizzato. Nella nostra Sede ci sono delle gigantografie, una di queste fotografa lo scenario di quel Congresso, con le parole d’ordine stampate a caratteri cubitali: la mia coscienza di donna in un grande movimento organizzato per cambiare la nostra vita. Pochi giorni fa, dopo una riunione, una donna passandoci accanto ha detto quasi sottovoce: in fondo, le parole sono ancora quelle. Le parole sono ancora quelle, dobbiamo avere però la capacità di leggere cosa è accaduto in questi anni e dirci altre cose ancora. Nel 1982 sempre con un Congresso l’Udi decide di azzerare la propria organizzazione, perché comprende che l’antagonismo che ormai esprime non può essere irrigidito nelle forme di una organizzazione gerarchizzata, sullo stampo dei partiti al maschile, che di per sé non comprende, anzi nega quell’antagonismo femminile. Tutto accade però con molta fatica, non poche incomprensioni, ci fu chi prese le distanze, chi si oppose e chi, peggio ancora, tacque. Marisa Rodano che è una delle fondatrici dell’Udi, vent’anni dopo, dirà che “quel Congresso era nel vento della Storia

A volte, però, alla Storia, né più né meno come ai sentimenti diffusi, occorre dare una mano. Spesso questo compito lo prendono su di sé donne autorevoli. Nel caso dell’Udi, furono proprio le “dirigenti” di allora – dimissionandosi –  a indirizzare quel vento e ad imporre con molta determinazione all’Associazione un indirizzo di marcia completamente altro. A questa storia abbiamo dedicato un’intera edizione della nostra Scuola politica, quella del 2007, titolata Ventanni (titolo e grafica non furono scelti a caso) dove le giovani donne che ora sono nell’Udi hanno chiesto ad alcune protagoniste di quella svolta di raccontarci come avvenne.

Prove di femminismo diffuso…

In ogni caso, da allora ciascuna nel proprio territorio troverà i suoi  aggiustamenti. Con inaspettata creatività da quel momento le donne dell’Udi  promuoveranno forme politiche molto diverse tra loro: dal gruppo per affinità, allo spostamento nei luoghi del pensiero della differenza, dal telefono donna ai gruppi di poesia e altro ancora. Mai come in quegli anni queste donne, forti di una sovranità – vuoi perseguita, vuoi necessitata – esprimeranno un protagonismo. Mai come in quegli anni saranno disponibili a mescolarsi e faranno insieme ad altre le esperienze più disparate e singolari. Curiosamente, però, a fronte di tanta attività politica, pochissime vedranno riconosciuti i loro meriti da parte di altre o delle stesse istituzioni. Molte verranno apprezzate per la decennale competenza organizzativa, ma quasi mai saranno considerate titolari di un pensiero politico. Ciò è avvenuto per vari motivi. Innanzitutto, la scelta di non avere più una sponda nazionale veniva in qualche modo “rimproverata” da quelle stesse femministe che a suo tempo avevano criticato la rigidità istituzionale dell’Udi: insomma, ancora una volta, stavolta per motivi diversi, siamo in controtendenza!

C’era inoltre un dato oggettivo: le donne dell’Udi provenivano da diversi ceti sociali, spesso erano autodidatte. Per le donne dell’Udi era la politica il luogo dell’apprendimento, era la pratica la loro università. Facendo politica avevano imparato a rapportarsi e a non temere le donne e anche a non farsi intimorire da figure di rilievo quali storiche o filosofe. Tanto impegno però non produceva automaticamente un nuovo soggetto collettivo. Nell’Udi ne eravamo, chi più chi meno, consapevoli a partire dal fatto che la mancanza di una dimensione nazionale dell’Associazione era percepita diffusamente e nostalgicamente come mortificante.

 In quei ventanni, due Congressi…

I rapporti tra noi sono segnati dal disconoscimento delle altre, dando origine a equivoci e a risentimenti. Non riusciamo a vedere l’originalità delle nostre iniziative politiche, non ne vediamo il positivo, ma solo la frammentazione.

Nel 1988 andiamo ad un nuovo Congresso – il XII – che si svolgerà in due tappe: la prima in giugno a Firenze, con una parola d’ordine che la dice lunga: Diamo voce alle nostre differenze: pratiche e teorie UDI a confronto; la seconda in ottobre a Roma, con uno slogan in cerca di una risposta: La forza di quelle che siamo, la forza di quello che siamo.

Quel Congresso, che pure tenta di mettere al centro del proprio dibattito la soluzione del problema, non placherà le tensioni interne. Per alcune l’undicesimo  è ancora troppo vicino e non si può criticare, per nessuna ragione e in nessuna maniera, per altre è quasi arrivato il momento di “celebrare il lutto”.

Nessuna  delle due posizioni avrà gambe per camminare e, sei anni dopo, nel novembre del 1994 a S. Benedetto del Tronto, l’UDI celebra un Congresso per il quale non trova neanche una parola d’ordine, è uno dei momenti più difficili della nostra Storia, a tal punto che, se pure si parla e si scrive ancora di ostinazione UDI quasi come di affezione cronica, si dichiarano e si scrive di conflitti non componibili, quasi a presagire la fine.

Assemblea nazionale autoconvocata…

In tutto questo tempo, ventanni, la continuità a livello centrale viene rappresentata dall’Assemblea nazionale autoconvocata. Alcune donne dell’Udi infatti continuano a ritrovarsi lì e i temi, con qualche variante e “ammodernamento” sono sempre gli stessi. Le presenze a volte si affievoliscono, ma l’Assemblea puntualmente si riconvoca ogni volta e da allora almeno per  due volte all’anno, strenuamente. Alcune realtà Udi locali non partecipano più all’Autoconvocazione, non ne sentono il bisogno, continuano per la loro strada, grazie anche ad una Carta degli Intenti (lo Statuto del 1982) e a successive decisioni delle Assemblee dove, se da una parte si consentono maglie molto larghe nelle iniziative locali, dall’altra si prescrive la presenza di due responsabili alla Sede nazionale, che però non possono esercitare alcun mandato di rappresentanza. Ciò che ci tiene occupate più di tutto nelle Autoconvocazioni, il nodo dibattuto e ancora irrisolto resta uno, l’organizzazione, in una continua tensione di parole e soluzioni, a volte con dibattiti farraginosi. Da una parte la nostalgia di un passato che diventava sempre più mitico, dall’altra l’attestarsi tenacemente sulle premesse che avevano portato a quella decisione traumatica. Tutto questo però con una grande insoddisfazione di fondo, a volte con un senso di smarrimento e delusione.

In mezzo, l’orgoglio mai intaccato per la storia comune a tutte.

Ancora una volta, autonomia…

In questo lungo arco di tempo, l’Udi raggiunge almeno due obiettivi fondamentali, strettamente legati fra loro. Anni prima avevamo dovuto abbandonare la gloriosa sede di via Colonna Antonina perché sfrattate, perché si annunciavano tempi duri. Forse ti sembrerà strano, ma per un bel po’ siamo state raminghe e quasi esuli. Pensa che, sempre in una di quelle Assemblee autoconvocate di cui parlavo prima, una folta maggioranza delle donne dell’Udi ha deciso che voleva una propria Sede, pur potendo entrare in quella che sarebbe diventata la Casa internazionale delle donne. In quell’occasione l’assemblea fu molto ampia, partecipata e animata da un dibattito molto vivace. Ci sembrava significativo dal punto di vista politico che in una città come Roma ci fossero più luoghi delle donne. Noi poi avevamo già in progetto la sistemazione dell’Archivio che  verrà chiamato Centrale. Fin dal 1982 Luciana Viviani aveva dichiarato di volersi occupare della sistemazione dell’enorme quantità di materiali, documenti e manifesti che si erano accumulati in via della Colonna Antonina.

Per dirla con le parole di Virginia Wolf, per l’Udi si voleva… una stanza tutta per sé.

Ebbene, la Sede che oggi abbiamo in via Arco di Parma 15 è legata proprio all’Archivio (dichiarato nel 1987 di notevole interesse storico) e la dobbiamo alle minuziose ricerche dell’infaticabile Maria Michetti, scomparsa qualche anno fa e che oggi vi sorride da una foto. Grazie all’Archivio, la Regione Lazio ha finanziato la completa ristrutturazione dello stabile di proprietà del Comune di Roma e il Consiglio comunale di Roma con voto unanime lo affitta, con una convenzione, a quell’Associazione che era ancora “Unione Donne Italiane”. In via dell’Arco di Parma l’Archivio Centrale ha trovato poi la sua sistemazione definitiva grazie al lavoro indefesso di Luciana Viviani, Marisa Ombra e Maria Michetti, alle quali tanti e tante che lo frequentano devono molto. L’affitto di questa Sede viene pagato regolarmente e noi ora siamo tutte fruitrici di uno spazio fisico e simbolico reso confortevole dalla cura e dalla manutenzione costante delle donne che l’hanno in carico dal 2002.

2002, ci si riorganizza…

Ed ora è tempo che ti dica quello che ha fatto sì che la Sede in via Arco di Parma non fosse solo la sede di un Archivio. A questo punto posso dirti come siamo giunte nel 2002 ad un Congresso, l’ultimo in ordine di tempo, quello che ha poi deciso queste parole d’ordine: la politica è un patto tra noi dove ciascuna ha imparato a dire io.

Abbiamo avviato quel Congresso  consapevoli che scelte sbagliate ci avrebbero portato a dover chiudere. L’idea di essere noi quelle che avrebbero potuto o dovuto scrivere la parola fine a questa storia, ci ha dato lo slancio necessario per sperimentare soluzioni. La figura della Delegata alla Sede nazionale è una di queste.

Per realizzare questo passaggio abbiamo predisposto una fase precongressuale che è durata praticamente due anni. Abbiamo avviato un Censimento per ristabilire un contatto con i diversi gruppi sparsi in Italia, per capire se c’erano le condizioni per tornare a pensarci come un’Associazione nazionale.

Dopo il Censimento abbiamo convocato due Assemblee preparatorie che sono state chiamate Assemblee congressuali: una si è svolta a Roma, l’altra a Modena e sono state l’occasione per calibrare una forma organizzativa leggera perché non volevamo, e neanche oggi vogliamo, tornare a quella organizzazione rigida che sappiamo come e quanto può mortificare e moderare. A Modena fu nominato il “Gruppo preparatorio del XIV Congresso” che aveva consolidato un’esperienza e il documento che presentò divenne il punto di partenza per l’ultima tappa, la terza a Roma, cioè quella effettivamente del Congresso che si aprì con un documento collettivo. A novembre del 2003 viene depositato un nuovo Statuto, distinto in due parti: Carta degli Intenti e Articolato vero e proprio.

Quale patto e con chi…

L’assetto che l’Associazione si è data con il XIV Congresso era funzionale alla necessità di tornare ad essere visibili e riconoscibili. Con quelle parole d’ordine volevamo dire che tutta la fase del femminismo che ci aveva insegnato a dire “io” e ci aveva allenate al protagonismo, doveva essere ricondotta ad una dimensione collettiva  che si era ormai persa, ristabilendo i termini di un patto.

La scommessa era quella di stabilirlo non solo tra le donne che facevano già parte dell’Udi, ma anche con  altre che noi sapevamo essere interessate alla politica. Persistevano in tante città, come anche nei piccoli centri, associazioni e gruppi significativi e importanti. Il femminismo (quel femminismo che ho cercato di raccontarti in poche parole, prima) aveva messo radici nelle università, aveva dato vita a centri documentazione, a centri antiviolenza.

Da quello che verrà poi chiamato neo femminismo erano stati avviati anche i corsi di formazione politica,  anche attraverso le Pari Opportunità c’erano state contaminazioni  tra storie e pratiche diverse. Le donne dell’Udi che avevano continuato ad incontrarsi sempre in quelle Assemblee nazionali autoconvocate sapevano perfettamente tutto questo, anche perché avevamo mantenuto figure di riferimento, sia nei piccoli gruppi sia nelle sedi “storiche”, o come diremo poi, strutturate.

Le sedi strutturate…

Apro una parentesi sulle sedi che noi chiamavamo “strutturate”, espressione che appartiene al lessico dell’associazione e che a te risulterebbe incomprensibile. Erano chiamate così le Udi che avevano trovato un loro compromesso tra le scelte operate collettivamente e il loro radicamento sul territorio, e soprattutto erano realtà che non avevano mai dismesso il loro rapporto con la Sede nazionale. Alcune di quelle sedi, per lo più emiliane, fino al XIV Congresso, si sono assunte l’onere di stampare e diffondere, ai gruppi che li chiedevano, sia il Calendario dell’Udi che i manifesti dell’8marzo, le nostre principali fonti di autofinanziamento. Questo lavoro che nei fatti ha sopperito per lungo tempo alla mancanza di una dimensione nazionale, non ha avuto il riscontro che avrebbe meritato, proprio perché non era compreso in una progettualità più complessiva.

Per essere unite in Italia…

Il Congresso del 2002-2003 passerà alla storia come quello del nuovo assetto organizzativo e del cambio dell’acronimo, da Unione Donne Italiane a Unione Donne in Italia, due aspetti fondamentali per darci gli strumenti per pensare ed agire in modo nuovo. Per la stagione politica che si apre con il nuovo millennio viene affidata una funzione fondamentale, fin dalla fase precongressuale, alla Sede nazionale, perché le donne dell’Udi sanno, o forse solo sperano, che da lì può prendere impulso una rinnovata dimensione nazionale. Per questa ragione, i compiti affidati per Statuto alla Delegata sono tanti e dettagliati. Sono perfino troppo e troppi. Vengono assunti da me, nominata Delegata in quel Congresso, dove ero giunta come una delle due responsabili di Sede della passata gestione.

Ai fini della storia che ti racconto, aggiungo che per il ruolo di responsabile di sede mi ero autoproposta ed è fondamentale dirti qualcosa su questa parola.

Quella dell’autoproposizione è stata, ed è ancora, la regola per accedere ad incarichi nell’Udi. Con il XIV Congresso si immette un aggiustamento: mentre, in precedenza, autoproporsi faceva scattare automaticamente l’incarico di responsabile di sede o di garante, dal 2003 ogni autoproposizione è sottoposta, comunque, alla verifica dell’Assemblea nazionale autoconvocata che vota, sia in presenza di più autoproposizioni, sia se l’autoproposizione è una sola. Questo è avvenuto per il mio mandato e per gli altri organismi di rappresentanza politica. Dal 2003, in buona sostanza, si tratterà di una forma di autocandidatura motivata e consapevole delle responsabilità che si vanno ad assumere in prima persona.

La Sede nazionale diviene il cuore pulsante dell’Associazione, concretamente e simbolicamente.

Una scommessa vinta con le Campagne…

Ricominciando praticamente da zero o quasi, sfidando qualunque logica di comunicazione così come è concepita oggi, per di più in un contesto generale stagnante o al più intriso di nostalgia, con le nostre Campagne siamo riuscite a raggiungere le altre, coinvolgendole senza avere la pretesa di inglobare, senza avere la pretesa di irreggimentare.

La nostra ambizione è stata, ed ancora è, quella di fare opinione per costringere la politica a tenere conto delle donne. L’Udi ha trovato la sua funzione, o la sua mission come si direbbe oggi, andando al fondo di quello che sentiva, fuori dagli schemi ideologici. Ha trovato il tono giusto per  comunicare ad altre ora la nostra indignazione, ora la nostra rabbia, ora il nostro fastidio, ora le nostre proposte. Così facendo, dico proprio così facendo, abbiamo incontrato l’indignazione, la rabbia, il fastidio di altre donne e a tutto questo abbiamo dato forma politica.

Abbiamo messo in atto una grande capacità di invenzione, capacità di stare sul territorio, abbiamo rinnovato rapporti con le donne e con le istituzioni, sempre in continuità con la nostra tradizione e in un crescendo che ora ci fa riflettere sulle nostre forze. Insomma, ognuna  sa il lavoro che ha fatto e quello che ci ha portato fino a qui. E sa anche che così si è incrinata la solitudine in cui ciascuna si  sentiva relegata in questi anni  e si è dato riscontro ad una domanda di politica e  di politica organizzata.

E adesso che ci siamo incontrate…

possiamo decidere come fare politica insieme, se vuoi. Forse ti sei avvicinata o sei rimasta nell’UDI perché hai apprezzato la tradizione, ma quasi certamente hai a cuore una politica delle donne che abbia un respiro, che ti consenta di partecipare. Si tratta anche di aspettative che vanno ormai molto al di là delle stesse Campagne che ci hanno fatto incontrare. In questi sette anni, ho avvertito che alcune forme politiche che ci eravamo date diventavano sempre più fragili, man mano che aumentava il numero delle donne e cresceva il desiderio di essere viste e riconosciute, con quell’accelerazione tipica dei nostri tempi, dove il tempo ha la velocità di internet dove il tempo sembra sempre… subito. Ricordi? Il titolo della Scuola politica Udi dello scorso anno era: che ti sei messa in testa?  Lo avevo scelto perché era  arrivato il momento di dirsi l’ambizione di voler fare carriera, anche politica, senza pregiudizi e inutili moralismi. Il tema però è stato affrontato solo in parte  tanto che io conclusi il mio intervento con le domande che seguono: La passione politica va bene, ma come la si rende compatibile con la vita? Muove di più per le donne un movimento politico o stare nei luoghi istituzionali? E se una donna ci vuole stare, cosa la muove davvero? Pensiamo davvero che ci siano valori di destra o di sinistra rispetto alle donne? Sono domande ancora aperte.

Parentesi su “regole”

Sentirai molto parlare di regole, in questo percorso precongressuale, ma in una  associazione politica la tranquillità di “fare la cosa giusta” non deriva dall’applicazione fiscale delle regole, né ancor meno si può pensare che queste ultime possano automaticamente garantire autorità. Oltretutto, la mancanza di memoria può condurre, anche senza volerlo, al disconoscimento della genealogia, che è un principio che non si ritrova scritto in alcuno Statuto. Disconoscerla rende inefficace qualunque norma, è destabilizzante e non fonda.

Il ritorno del “come Udi”…

E’ sempre dietro l’angolo la tentazione, la fretta, la voglia  – sia per chi c’è da tempo sia per chi è arrivata da poco – di pensare un progetto, impiantare un’iniziativa, firmare un manifesto  “come Udi”.  Ecco che torna anche nel linguaggio corrente questa espressione che risiede nella memoria più profonda dell’associazione, quando moltissime donne che vivevano l’ambiguità della doppia militanza (nell’Udi e fuori dall’Udi, il che voleva dire essenzialmente in un partito, oggi si direbbe in uno schieramento) programmavano manifestazioni, prese di posizione, appelli “come Udi” ben sapendo che le ragioni del loro agire erano altrove. Anche oggi ci può essere un altrove che fa pensare e fa dire candidamente che una mostra, un ciclo di film, un servizio si possono fare “come Udi”. Questo avviene perché si sa che questa sigla storica è riconosciuta. Basta il nome.

E questo consente anche di accedere a risorse pubbliche senza troppe verifiche da parte delle istituzioni. Ovviamente non c’è nulla di sbagliato nel guardare al denaro pubblico perché un progetto sia sostenuto, anzi.

Il problema si pone, e si è già posto, quando sembra esaurirsi intorno a questo l’attività di donne che decidono di costituire un gruppo Udi, quasi che lo si possa fare disinvoltamente per poter “fare progetti”. Ma fare politica non è fare progetti.

L’articolo dodici del nostro Statuto tra “le risorse che l’Udi utilizza per le sue finalità” al primo posto, prima di qualunque altra cosa, inserisce “l’attività politica di ogni singola associata”. Non solo non è una scelta usuale, su questo converrai, se solo pensi a come vengono definite le risorse in generale. Ma soprattutto non poteva essere diversamente sé è la diretta conseguenza di come si aderiva e ci si iscrive oggi all’Udi: ogni donna ha una tessera nazionale, la decisione di fondare un gruppo viene solo dopo questa adesione che è primaria. Non sono previste tessere locali, né adesioni di gruppi o associazioni in quanto tali all’Udi. La costituzione di un gruppo, con sede o no, viene in un secondo momento, che può anche essere subito dopo, ma ciò che conta è che quella costituzione è funzionale al rapporto con le donne del luogo in cui si vuole operare.

In termini regolamentari, si tratta della traduzione di quel principio, di quelle parole d’ordine del 2003: la politica è un patto tra noi dove ciascuna ha imparato a dire io. Questa regola molto semplice – chiara – in alcune realtà è stata ed è tuttora interpretata con una certa elasticità, non mi viene un’altra parola. Questo spiega anche la carenza (se non addirittura la mancanza totale) di  informazioni pervenute alla sede nazionale da parte di alcune sedi o gruppi locali, sia di nuova come di vecchia costituzione.

E viene spontaneo chiedersi ora: perché tutto questo avviene, veramente?

Come mai ancora oggi è possibile vedere sempre e solo la stessa donna nelle Autoconvocazioni e mai nessun’altra del gruppo di cui fa parte?

A volte mi sono chiesta, più semplicemente: possibile che non scatti mai il desiderio o anche solo la curiosità di vedere in faccia le altre donne dell’Udi ?

Non è possibile spiegare tutto questo unicamente con questioni di soldi, perché lo stesso gruppo locale organizza convegni, performances e mostre che richiedono un notevole impegno economico. E allora: in base a quale meccanismo accade tutto questo?

Anche queste sono domande ancora aperte.

In ogni caso, anche per avere un quadro più chiaro della situazione in vista del Congresso, la Sede nazionale ha avviato per questo anno 2010 un tesseramento in modo più puntuale. Abbiamo chiesto a chi si iscrive come singola di compilare una scheda di autopresentazione perché tesserarsi è un gesto di responsabilità diretta verso l’Udi.  Inoltre, soprattutto in quest’ultimo periodo, molte tessere vengono richieste attraverso il sito e la scheda di autopresentazione è l’unico modo che abbiamo per conoscerci. Per lo stesso motivo – sapere chi siamo – abbiamo chiesto alle responsabili dei  gruppi di formalizzare la richiesta delle tessere e di compilare a loro volta una scheda. Non si tratta di burocratizzare l’Associazione, né di un controllo “centralistico” volto a mortificare la libertà di ciascuna. È esattamente il contrario.

Il rapporto con i partiti oggi…

Durante il primo incontro del Gruppo preparatorio per il Congresso, dopo l’introduzione mia e delle garanti, sono emersi nuovamente alcuni possibili fraintendimenti. Una sintesi degli interventi è stata già inviata a tutte le donne iscritte all’Udi. Ebbene, facendo esplicito riferimento al rapporto con i partiti, è stato detto: “l’UDI non si deve chiudere,  non si può stare su di un’isola deserta da sole, occorre trovare momenti unificanti per portare avanti dei percorsi. L’Udi deve fare questo per fare un saltino in avanti e dire vogliamo anche essere propositive.” Qualcosa in questo senso è emerso anche a Pesaro durante l’Autoconvocazione.

Allora, provo spiegare meglio il mio pensiero, con la doverosa premessa che ciò che da sempre fa da bussola al mio comportamento è una pratica politica dell’Udi ampiamente documentata e scritta.

Cosa intendo per comportamento: non ho nessun problema a partecipare a dibattiti organizzati da partiti; quando mi invitano ci vado, vado anche alle feste di partito. Non partecipo e non presenzio però a nessuna iniziativa preelettorale, non firmo appelli per chiamare a raccolta le donne intorno a questo o quello schieramento, non faccio “come Udi”.  Io rappresento l’Udi, rappresento la politica che facciamo, politica che non guarda in faccia nessuno, perché, come abbiamo sempre detto, il maschilismo si annida ovunque e dissemina il suo territorio di trappole. Mi si può forse replicare che questa forma di rigore è appannaggio della sola Delegata alla Sede nazionale? Non è affatto così, questo non è un mio personale pensiero autarchico, è l’esito di una pratica, che ha anche dato i suoi risultati ovunque, costantemente.

Le nostre Campagne sono state un punto di riferimento perché siamo state capaci di comunicare alle donne – di far loro sentire – che erano veramente autonome, che non avremmo speso il credito che ci accordavano per un qualche ritorno. Né personale, né per l’associazione.Tale rigore  ha fruttato in termini di prestigio, autorevolezza e di nuove presenze. Non è che si è può essere autonome fino ad un certo punto, e da quel certo punto in poi si può diventare accomodanti.

Ovviamente, tutto questo ha un prezzo, se è per questo ne ha tanti. Essere mortificate dai mezzi di comunicazione tradizionali, per esempio, tranne nelle occasioni in cui i media non possono proprio fare a meno di registrare alcuni cambiamenti. Faticare fino all’inverosimile per vedere finanziato un progetto, per esempio. A volte rinunciarci addirittura. Però chiediamoci: questo deve farci arretrare? Penso che possiamo e dobbiamo fare leva su noi stesse e su altre che come noi sono cittadine, soggetti adulti, per rimuovere molti ostacoli. Perché… se è vero che la politica non è fare progetti, è anche vero che si può uscire da alcune strettoie, perché le donne in Italia ci sono, sono preparate, hanno mezzi e competenze.

Tanto, e questo lo sappiamo tutte, non ci viene regalato niente. Neanche che qualcuno/a prenda semplicemente in considerazione una proposta di legge.

Se l’Udi fosse un lavoro…

Nella nostra vita politica ci sono situazioni che richiedono uno spostamento fisico – un viaggio, un pernottamento – e spesso sento dire: “se avessimo i soldi!” Ebbene, cominciamo col dire che, se ricevessimo soldi per via istituzionale, l’Udi dovrebbe attrezzarsi per espletare tutte le pratiche necessarie e previste, per fare questo, dovrebbe avere una struttura a sé. Poi, dovremmo capire in che relazione mettere un apparato del genere con un apparato politico… e via di questo passo. Fino ad arrivare al momento in cui l’Udi, cioè sempre noi, deve decidere a chi rimborsare un viaggio e chi no. Ciò detto, ti dico anche che non è una strada senza uscita, ma l’uscita si trova solo se si smette di  imboccare la solita scorciatoia.

Merita una riflessione anche il ragionamento di chi in buona fede dice: “se ci fossero i soldi, io potrei impegnarmi nell’Udi a tempo pieno. Potrei farlo oggi che sono giovane ho energia e passione”. Lo dice anche nella convinzione che questo darebbe continuità alla nostra politica e quindi si aspetta che le  più mature si attivino per trovare i modi e i fondi necessari.

Ma io mi domando e ti domando: è possibile pensare l’Udi, dopo tutto quello che ti ho raccontato, come un luogo di funzionarie?  Ho qualche dubbio. E’ possibile che l’Udi investa su una donna per un certo numero di anni – due, cinque, dieci – anzi è necessario che l’Udi lo faccia. Lo deve fare  per progetti che riguardano i beni che  possediamo e che non abbiamo fatto fruttare adeguatamente. Penso ai nostri Archivi, per esempio. Penso a progetti di formazione. Penso pure che una donna, giovane ma anche no,  potrebbe dedicare alcuni anni della sua vita per far funzionare bene l’associazione. Ma tutto quello che sapremo inventarci per fare politica insieme, non può diventare il lavoro di una vita, non si può esaurire così l’ambizione di una donna, soprattutto se giovane. Sarebbe penalizzante per lei e per tutte.

E aggiungo, l’ho imparato a mie spese, già nei miei primi “anni udìni”, che il riconoscimento, anche economico, del lavoro che una donna fa oltre la militanza non risolve la contrattazione che è costretta a sostenere quotidianamente con la propria famiglia. Ogni componente della cerchia familiare ha antenne speciali che l’avvertono del fatto che la donna “non è più tutta lì” con loro, per loro, che ha anche un’altra economia che la occupa e la prende.

La passione politica produce lavoro politico: più è grande la passione, più si moltiplica il lavoro, in un crescendo che, se non si moltiplicano anche i soggetti, può annientare chiunque. Fare politica nell’Udi è una passione che costa, giorno dopo giorno, non prevede “avanzamenti” paragonabili a quelli previsti in un sindacato o in un partito,  quindi non è “spendibile” socialmente e neanche tra le mura domestiche.

Le donne che oggi sostengono concretamente ed efficacemente la dimensione nazionale dell’Udi lo fanno perché sentono che la politica che stanno facendo è indispensabile alla loro crescita, anche professionale. L’ho constatato nelle donne dell’Udi che partecipano al progetto Adige  per diventare documentalista on line, nella selezione si sono classificate tra le prime perché i loro curricula sono ricchi dell’esperienza fatta nell’Udi.

Perché nell’Udi hanno imparato come si sta in pubblico, come si sostengono le proprie idee, come si può guardare alla propria vita con una ambizione autentica. Questo è un  guadagno reale per quelle giovani donne che all’Udi, oltre alla militanza, danno  il loro tempo, la loro intelligenza, la loro energia.  Qualche volta c’è un rimborso. Questo vale anche per me.

Nella Sede nazionale i soldi dell’autofinanziamento che restano, tolte le spese, a volte non è restato quasi nulla, vengono divisi equamente tra chi assicura una presenza costante. Senza dimenticare, per quanto è possibile, quelle donne che lavorano per la Sede nazionale e per noi tutte con lo stesso impegno, nelle ore più impensate, in città lontane. Penso a chi quotidianamente aggiorna il Sito, o a chi organizza una Scuola in collaborazione con l’Archivio Centrale, o a chi prontamente sbobina un’Assemblea. Ma non solo i rimborsi non sono paragonabili ad un “prezzo di mercato”, si tratta di “lavori” che hanno un “guadagno” non monetario a se stante, per chi liberamente assume quella responsabilità.

Il separatismo al tempo di internet…

Mi colpisce sempre il dolore, proprio dolore, che vedo negli occhi della donna che deve lasciare prima una riunione perché deve tornare a casa. Sono tornata a casa anche io, per molto tempo, con un senso di inadeguatezza che mi faceva disperare. Combattuta tra il desiderio di restare  e i tanti obblighi familiari. E allora parliamo del rapporto con un uomo. Oggi, e menomale, la coppia donna-uomo soprattutto tra i giovani ha una gestione più paritaria, quindi molti compiti sono divisi in egual misura. Ma proprio a partire da questo, alcuni chiedono di essere maggiormente coinvolti, di condividere, sia l’impegno sociale, sia il rapporto con gli eventuali figli.

Può diventare allora molto complicato trovare un equilibrio tra la voglia di “crescere insieme a lui” e la voglia di “crescere con le donne”, perché sono due fedeltà in alcuni momenti inconciliabili. Proprio in questi giorni, una donna che da poco si è iscritta all’Udi ci ha chiesto perché il suo ragazzo non può partecipare alla Scuola politica.  Non abbiamo voluto risponderle con le stesse parole che avremmo usato qualche anno fa, sarebbe stato anacronistico oltre che inutile. Molte ragazze seguono la nostra attività su internet e da questo nasce anche la voglia di conoscerci e di partecipare.

Sono tante ormai le donne, perlopiù giovani, che hanno voluto la tessera attraverso il sito, a volte passando per facebook. Ma non è così semplice passare da una dimensione virtuale ad una dimensione reale, non è semplice immaginare luoghi intermedi di partecipazione che avvicinino in modo progressivo alla nostra politica.

Per fare politica, ad un certo punto, c’è bisogno di vedersi, di parlarsi, di guardarsi in faccia. Comunicare in presa diretta è una necessità  se si vuole arrivare al fondo delle cose, e abbiamo spesso verificato che, farlo al cospetto di un uomo, condiziona perché ci si rapporta nello stesso tempo al proprio genere e al genere maschile.  La presenza di un uomo con cui una di noi ha confidenza e familiarità, può  essere di interdizione per l’altra.

La Scuola è una delle tante occasioni che costruiamo per conoscersi e per imparare come un fatto politico può essere gestito in tutti i suoi momenti da donne. Serve a realizzare in un periodo di tempo circoscritto una socialità femminile che non è nella consuetudine delle nostre vite. Non mi stupisce se una ragazza, abituata a fare le cose insieme al suo ragazzo, chieda di partecipare con  lui, sta a noi trovare le parole giuste per dirle che ci sono momenti in cui si può stare con le altre. In tante possibilmente.

In ogni caso, oggi le donne si pensano in proprio, una donna oggi si percepisce come un soggetto autonomo, consapevole della libertà acquisita. Anche quando la sua vita  prende un indirizzo che ai miei occhi non è leggibile come “femminista” – penso perfino alle veline e alle stesse escort – so che c’è una nuova responsabilità di quella donna, verso di sé e verso il proprio genere, che è tutta ancora da nominare, ma c’è. Dopo il femminismo nessuna donna è più come prima.

La fine della maschitudine…

Un uomo ci pensa due volte oggi prima di assumere atteggiamenti che potrebbero farlo “apparire” un maschilista. Ha imparato cosa si deve dire e cosa no, anche il vicino di casa ha imparato che certe battute non si fanno. E’ finito il tempo della tranquilla presunzione che faceva pensare ad uomo di essere il centro dell’universo. Il comparire sulla scena del soggetto femminile genera inquietudine, svela che l’ovvio non è ovvio.

Lentamente gli uomini si stanno avviando verso una progressiva mutazione che li porta ad assumere sembianze del femminile, a conformarsi al genere femminile che viene percepito come più forte. E’ la nuova faccia del millenario disagio del maschio di fronte al corpo femminile, da sempre sentito potente per la sua fertilità.

Si è materializzato un soggetto che ostenta una serena presenza, che cerca di controllare l’ansia che si scatena quando il confronto con le donne diventa serrato. Lo stesso però appare molto determinato nell’occupare spazi simbolici che sono stati da sempre appannaggio femminile. Spazi che nei rapporti privati, spesso e volentieri, hanno a che fare con il ruolo di genitore, a volte con la pretesa di essere considerato alla stregua di una madre. Sul piano della rappresentazione simbolica e politica, vediamo gruppi di uomini fare autocoscienza e rilasciare dichiarazioni politicamente corrette, mostrarsi composti.

In concreto, è il segno della fine della  maschitudine. Cosa prenderà il suo posto è tutto ancora da verificare, nel bene e nel male, ma dopo il femminismo anche per un uomo niente è più come prima.

 La situazione intorno a noi …

A questo aggiungi che siamo in un contesto che si è certamente modificato rispetto al 2000: sono cambiate tantissime cose nel mondo della politica, nella nostra società.

Nel nostro paese l’improvvisazione e il pressappochismo sono all’ordine del giorno, siamo ostaggio di una classe dirigente che non ha saputo o meglio, non ha voluto, né recepire il richiamo alla Democrazia paritaria, ma neanche in minima parte fare spazio al merito, all’intelligenza, alla competenza. Una classe dirigente da sempre ostile alle donne. Eleggiamo i nostri rappresentanti – governo e opposizione – con un sistema elettorale che mortifica i cittadini. Fare politica tradizionale in questo contesto è sempre più avvilente perché raramente è occasione per sentirsi partecipi di decisioni che contano, raramente è possibile decidere chi rappresenta chi. In un paese cosiffatto noi andiamo a Congresso.

E guardiamo al futuro…

Questo è il momento perché tu dica come vuoi che diventi questa Associazione. Conosci le parole che abbiamo inventato per parlare di rappresentanza, violenza, stereotipi, corpo fertile. La Campagna Immagini amiche prosegue spedita per la sua strada e tu ci stai dando il tuo contributo. E’ di questi giorni l’avvio del Planetario sul lavoro che ci terrà impegnate nei mesi a venire. La stessa Scuola politica di quest’anno verte sul lavoro.

A mettere in fila le cose mi pare incredibile quello che siamo riuscite a fare.

Basta andare sui nostri siti che sono tutti attivi per avere solo in parte un’idea.

Non aggiungo altro sulla politica in corso, sulla materia viva che è materia comune.

Se penso a te – così come in effetti penso – come ad una delle tante, tantissime donne giovani che ho incontrato in questi anni, voglio anche dirti che mi sono sforzata di capire il tuo linguaggio, gli strumenti che usi, il modo che hai per comunicare con le altre e con gli altri.  Ho voluto entrare nel tuo mondo senza mimetizzarmi, sono rimasta quella che ha un passato e ha anche un’esperienza, senza pretendere che questo fosse vincolante per la politica che mi piacerebbe fare con te.

Un processo politico si può avviare e condurre fino ad un certo punto, non oltre e bisogna sapere quando è il momento di cambiare il proprio ruolo e fare spazio. Questo è il tuo momento.

 Un’ultima cosa prima di salutarti…

Ti ho raccontato delle battaglie, delle lotte, dei conflitti, delle fatiche, ma voglio anche dirti che tutto questo, da solo, non mi avrebbe trattenuto nell’Udi per tanti anni. Seriosamente potrei dirti che sono rimasta perché nell’Udi sono cresciuta, il che è vero, ma è anche vero che sono stata bene con le donne. Ho condiviso momenti di allegria, ho riso fotocopiando volantini, mettendo a posto le sedie dopo una riunione. Mi sono divertita preparando cene solo per noi. Non solo l’8 marzo, qualche volta mangiando panini. Ho parlato tanto – parliamo tanto –  tra una riunione e l’altra, in viaggio, camminando…

A presto, Pina

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