Lea Melandri

11 maggio 2007

Questo mese su Aprile, il mensile intervista a Lea Melandri sulla questione della rappresentanza e del suo esercizio

 

Perché oggi c’è più attenzione alla questione della rappresentanza e ai processi politici? Una novità c’è stata e riguarda gli interventi molto pesanti da parte della chiesa che mettono in discussione conquiste decisive del femminismo (la libertà di decidere della maternità, la sepoltura dei feti, i ritmi della sperimentazione biotecnologica sulla riproduzione). La novità di questa ripresa di movimento è una attenzione alla vita pubblica e all’impegno più direttamente politico.

Parto dal tuo personale percorso femminista. Tu hai sempre connotato la tua scelta e pratica femminista di una forte carica antistituzionale e diciamo scarsamente interessata ai processi politici, compresi quelli della sinistra. Mi sembra che oggi guardi con più attenzione alla questione della rappresentanza e di come effettivamente esercitarla
Io vengo, come molte altre femministe italiane, dall’esperienza del movimento politico di donne nato negli anni ’70 con una forte carica di radicalità e di originalità proprio nel modo di intendere la politica. Politica considerata nel suo atto fondativo, la nascita della polis, come costruzione di un protagonista unico, gli uomini e che assume la inclusione attraverso l’esclusione di metà dell’umanità. Quindi la sfida del femminismo degli anni ’70 aveva una forte carica anti-istituzionale, nel senso che partiva dalla messa in discussione della politica partendo proprio dal luogo che la politica considerava altro da se. Così come per la politica era altro tutto ciò che la donna ha da sempre rappresentato – materialmente e simbolicamente – il corpo, la continuità della vita. Il femminismo nasceva contro questa “infamia originaria” (senza attribuire una sorta di malvagità consapevole) come atto di rottura anche rispetto alla sinistra rivoluzionaria che voleva un cambiamento radicale della società senza prevedere un cambiamento nei rapporti con le donne. La riduzione della donna a corpo sessualità è la premessa della riduzione a gruppo sociale, privato di identità e diritti.
Il femminismo ha inteso restituire e riconoscere politicità (quindi riportare alla politica, alla cultura e alla storia) a tutta quell’enorme materialità di rapporti, cominciando dalle problematiche del corpo. Questa radicalità allora voleva dire delle pratiche precise: l’autocoscienza, la pratica dell’inconscio ecc. Cioè un tipo di narrazione e riflessione che andava a scavare nella storia personale considerandola il fulcro da dove partire per poter cambiare alla radice le vicende dell’umano: il nascere, il lavoro, la sessualità, la morte. Se la politica è stata sin dall’inizio una biopolitica, vale a dire il controllo della politica sulla vita, oggi questo aspetto è innegabilmente sotto gli occhi di tutti. Nascere, morire, invecchiare sono oggetto dei poteri della vita pubblica.

Mi ricostruisci meglio il tuo percorso?
Io devo dire sono nata in una famiglia contadina, in un territorio storicamente comunista e sono cresciuta con la convinzione che i comunisti non avevano l’anima (nel senso che tutto ciò che atteneva alle relazioni interpersonali in qualche modo occorreva ricercarlo negli oratori). Andata Milano, insegnante nella scuola, ho incrociato un movimento che si interrogava sul disagio e sulle sofferenze personali. Gli anni 60 rappresentarono per tante donne uno straordinario coinvolgimento e anche un appassionarsi alla politica, proprio perché il femminismo la ridefiniva alla radice. Tutto ciò pratiche incrociò la mia riflessione e la mia vita.
Oggi, nelle rivisitazioni storiche si tende ad appiattire il movimento femminista a determinate conquiste politiche e sociali, come il divorzio e l’aborto. Non è stato solo questo. La pratica dell’autocoscienza andava ad affrontare la zona più impolitica per eccellenza. L’aspetto più interessante e laicale di quegli anni era la ricerca dell’autonomia nel modo di sentire e di pensare delle donne.
Il 75, anno delle grandi manifestazioni per l’aborto, vide la sinistra salutare l’uscita allo scoperto del movimento delle donne (come se fino ad allora fossimo state nelle caverne) e il suo diventare movimento politico nel senso di politica riconoscibile. Ma anche in quel caso non fu così, il dibattito sull’aborto fu uno scavare in profondità, una ricerca che scavava nel nostro intimo, nei nostri rapporti. Certo ci fu un rapporto con le donne comuniste sul tema della differenza femminile. Ma quello fu solo una parte. L’indicazione della ricerca di nessi tra privato e pubblico tra corpo e politica c’era, ma non era facile trovare i nessi. Era la rivoluzione! Non si trattava solo della presenza paritaria (che non chiedevamo) ma il ripensamento di tutte le forme della politica.
Perché oggi c’è più attenzione alla questione della rappresentanza e ai processi politici? Una novità c’è stata e riguarda gli interventi molto pesanti da parte della chiesa che mettono in discussione conquiste decisive del femminismo (la libertà di decidere della maternità, la sepoltura dei feti, i ritmi della sperimentazione biotecnologica sulla riproduzione). Per questo, nel novembre del 2005, una semplice mail mandata da Assunta Sarlo ha fatto riunire 2000 donne alla Camera del lavoro di Milano. Era un segnale. Il vaso era colmo e ha portato alla grande manifestazione di Milano che non nasceva dall’interno del femminismo, non aveva la presenza maggioritaria delle donne del femminismo (oggi impegnate in altri luoghi, come le università ) ma di donne che avevano alle spalle una maggiore esperienza nell’impegno sociale e politico. Questa manifestazione ha poi avuto un seguito a Milano nell’assemblea permanente che vede una presenza ogni volta di oltre 200 donne e una ripresa di gruppi e associazioni di impegno politico. La novità di questa ripresa di movimento è una attenzione alla vita pubblica e all’impegno più direttamente politico.
Non è la mia storia, anzi a volte mi sembra di parlare una lingua straniera, ma penso che oggi le teorie e le pratiche di un tempo, sulle tematiche del corpo, abbiamo molto da dire soprattutto se individuano i nessi con la politica, la quale se non riesce ad avere una opinione sulla famiglia, il corpo, la sessualità è destinata a sparire ed a lasciare campo libero alla chiesa e a tutte le ideologie di destra. In queste assemblee di donne quindi c’è attenzione alla vita pubblica. Per chiarire bene, non si tratta di una battaglia del tipo “allargamento e maggiore democraticità”, insomma non è un discorso di cittadinanza incompleta e da completare e neanche un discorso di democrazia paritaria, come principio elementare di civiltà. Anche perché fare solo questo tipo di discorso vorrebbe dire avallare il fatto che le istituzioni della politica e in generale tutto quello che ha creato la vita pubblica è un terreno neutro e che si tratta solo di aggiustare alcuni parametri.

Questo impegno sulla presenza 50E50, lanciato dall’UDI, ha l’ambizione di interpretare la crisi della politica. Non è un caso che laddove la crisi intacca l’ordine naturale la sinistra non ha una parola propria, perché non esiste una visione e un disegno laico della sinistra su questi temi. Anche la sinistra ha pensato che tutta una serie di vicende dell’umano rientrassero, tutto sommato, nella natura stessa dell’umano e che dunque non fossero modificabili.
Apro una parentesi: a mio avviso il pensiero della differenza ha in qualche modo stemperato la conflittualità. La conflittualità non è l’odio tra i sessi, la conflittualità è l’interesse reciproco. Quando viene meno la conflittualità bisogna preoccuparsi. Il femminismo ha continuato a produrre cultura, riflessione ma è come se fosse rimasto clandestino.. Quando c’è stato il dibattito sulla legge 40 ho scoperto che nessuno aveva visto e letto niente di quanto prodotto per 40 anni dalle donne. Eppure il movimento femminista è l’unico sopravvissuto alla stagione degli anni ‘70. Ma non ha intaccato la cultura. Evidentemente c’è stata una perdita di quella conflittualità che nel privato ha prodotto dei cambiamenti, nei costumi, nella famiglia etc. Nel pubblico no.

Questa proposta del 50E50 in ogni luogo dove si decide è solo una versione radicale della politica delle quote, che ha prodotto più captazione che liberazione o ci sono in questa rivendicazione elementi nuovi?
Il rischio c’è e se non ci fosse la speranza di riavviare un nuovo corso io non mi appassionerei . Penso quindi che questo obiettivo vada riproposto con la radicalità di cui parlavo prima. Possiamo andare incontro ad una sconfitta, ma a livello simbolico e culturale sicuramente apre un discorso nuovo ed è un discorso che in questo momento di crisi dei partiti e della politica mette in evidenza questo peccato originario della politica (per esempio in tutto il tema della riproduzione che si sposta nei laboratori mette in evidenza la contesa per il potere riproduttivo) e ci da una chance in più e può essere anche l’occasione di una ripresa.
La politica può ripensare le sue forme a partire da ciò che si è tenuta dentro cancellandolo. Il problema delle quote risponde a una logica tutta interna al sistema. Le donne sono state messe dentro come categoria debole da proteggere. E’ chiaro che finché l’impianto di potere resta questo c’è solo la cooptazione. Millenni di schiavitù non producono libertà. La proposta del 50E50, al contrario, chiede alla politica di deporre la maschera della neutralità. Io credo che questo sia un momento in cui anche la politica senta il bisogno di questo cambiamento.

Di cambiamenti in politica ce ne sono molti è partita la costituente del partito democratico e contemporaneamente un tentativo di riorganizzare la sinistra in un unico soggetto. Cosa ti aspetti da questi processi pensi che aprano spazi alle problematiche di genere e al tentativo delle donne di irrompere nella crisi della politica e soprattutto pensi possa in tempi brevi costruire una risposta di massa sulla questione dei diritti e della laicità?
Si parla tanto di ri-fondazione, di nuovo corso della politica e devo dire che qualche segnale l’ho visto nella conferenza di programma a Carrara di Rifondazione comunista. Lì ho visto muoversi qualcosa un aprirsi di un piccolo spazio in cui anche il discorso della democrazia paritaria prendeva una forma nuova, e non di mero equilibrio della rappresentanza di genere. Una novità che ha visto uomini e donne in una plenaria ascoltare discorsi che interrogavano loro stessi e la politica. Spero che questi segnali si estendano e percorrano questo cantiere della sinistra. Non è che le donne manchino in assoluto nella vita pubblica, ma quello che pensano, che producono è come se non avesse peso. La violenza sulle donne in famiglia è correlata con questa sordità verso quanto prodotto dal pensiero delle donne e sono un correlato di questa insignificanza delle donne nella vita pubblica. In Italia si dice abbiamo una percentuale bassissima di donne nelle istituzioni ed è vero, ma è anche vero che il nostro è stato il movimento femminista più radicale del mondo. Il fatto di aver pensato che per scalzare alcuni apparati di potere della vita pubblica fosse necessario andare alle fondamento addirittura dell’inconscio è stato rivoluzionario. E’ una radicalità che vogliamo mantenere. E oggi, è la politica, in particolare quella di sinistra, che ha bisogno di noi, dei nostri saperi. Lo ribadisco, la crisi della politica è tale che non si può più prescindere dal costruire un’ idea sui temi che sono stati tradizionalmente fuori dalla politica. Ricostruire la sinistra senza assumere questa radicalità non porta a nulla.

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