perchè un’anfora come testimone

 

Anfora a Faenza“Simbolo e testimone della Staffetta, che attraverserà l’Italia passando di mano in mano, è un’anfora con due manici, così che la possano portare due donne. Questo gesto di “portare insieme” vuol proprio significare l’importanza della relazione, della solidarietà, della vicinanza tra noi su tutti i temi che ci toccano profondamente. In ogni luogo in cui la Staffetta passerà, le due donne che l’hanno avuta in consegna la consegneranno ad altre due pubblicamente.” Così era scritto nel documento che annunciava la Staffetta, e così è stato

Abbiamo voluto un’anfora perché questo oggetto ha accompagnato la vita quotidiana delle donne nei secoli e a tutte le latitudini, perché la sua forma richiama il corpo femminile. Ma come doveva essere quest’anfora perché fosse facilmente trasportabile? Non doveva essere troppo pesante per poter essere portata da donne di ogni età e in ogni situazione. Non doveva essere troppo fragile per attraversare indenne l’Italia.

Ci siamo consultate e mi hanno detto: fai tu. Così mi sono orientata su un’anfora di terracotta come ricordavo nella mia infanzia; l’ho trovata a Cutrofiano nel Salento. Era bella anche al naturale, ma volevo di più. Volevo scoraggiare chiunque a scriverci sopra o coprirla di adesivi e loghi, durante il suo viaggio. Per questo doveva essere preziosa, un oggetto da maneggiare con cura e con attenzione.

Potevo ottenere questo effetto dipingendola. Occorrevano segni “astratti” che però non fossero respingenti, fastidiosi. E poiché non si può ragionare per tutte le donne, sono partita da me, dalla mia pittura. E dall’incontro con Marija Gimbutas, un’archeologa che ha dato delle risposte alla mia ricerca pittorica. Attraverso i suoi libri ho appreso che cerchi, spirali, quadrati, zig zag non erano semplici segni decorativi, come avevo letto nei libri di storia e di archeologia, ma rappresentazioni di un corpo femminile che non è “preda”.

“Osservando le sculture e i simboli di un tempo lontano come il 35.000 a.C., vediamo che c’era una visione del corpo femminile, ma anche maschile,  differente dalla nostra, che non aveva niente a che fare con la pornografia. La vulva, per esempio, è uno dei primi simboli incisi, ed è collegato alla crescita e al seme. A volte, vicino ad essa o anche al suo interno c’è un ramo o un motivo di pianta”. (Marija Gimbutas

Questi segni mi avevano affascinato, li ho guardati e riguardati; reinterpretati in alcuni quadri. Mi è venuto naturale riprenderli sull’anfora usando i colori metallici con cui stavo dipingendo in quel momento.

Così è nata l’Anfora della Staffetta.

Per il trasporto ho cercato un trolley rosso. Ho ritagliato e rivestito con fodera gialla un sostegno di polistirolo in modo che l’Anfora fosse ben incastrata durante il suo lungo viaggio. Partita da Niscemi il 25 novembre 2008 ha attraversato l’Italia, arrivando sana e salva a Brescia nel novembre dell’anno dopo.

Dopo la manifestazione in Piazza della Loggia a Brescia l’Anfora è tornata nella Sede nazionale dell’Udi in via dell’Arco di Parma. Nel 2011 decidemmo di portarla a Bologna per il 15°Congresso nazionale dell’Udi.  A  Congresso concluso, mentre ero seduta in un bar a Piazza Maggiore, in attesa del treno per tornare a Roma, ho avuto un lampo e mi sono ricordata che, uscendo dalla sala, avevo notato in fondo la valigetta rossa dell’Anfora.  Ero sicura che le donne a cui avevo consegnato le chiavi della Sede  l’avessero portata via, ma nel dubbio sono tornata indietro. Nella sala vuota, la valigetta era ancora lì. L’ho presa e da allora la custodisco nel mio studio con i miei quadri. Come la più bella delle mie opere.

Pina Nuzzo

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