2010: Una nuova stoffa per la nostra politica

Roma 4 dicembre 2010, Assemblea nazionale Udi, Relazione di Pina Nuzzo

Due mesi fa avete ricevuto le decisioni prese dal Gruppo preparatorio nell’incontro del 18/19 settembre e penso non sia tempo sprecato rileggere insieme alcuni passaggi di quella lettera:

Il Gruppo tiene conto della necessità di schematizzare la mole di materiale arrivata da maggio 2010 sotto forma di contributi vari; tiene conto anche dell’esigenza più volte espressa di favorire incontri di donne Udi e non Udi per piccoli gruppi; infine, tiene conto della necessità espressa dalla maggioranza degli interventi di superare il meccanismo dell’autoproposizione, rivelatosi nei fatti un meccanismo che ha appesantito il lavoro del Gruppo anziché favorirlo (l’attuale Gruppo è arrivato a contare quasi sessanta presenze discontinue). Propone una Agenda dei lavori; indica delle questioni da affrontare a partire dagli argomenti trattati più diffusamente in documenti ed interventi; contestualmente indica dei luoghi Udi di riferimento per la costituzione di piccoli Gruppi. Ciascuna donna già autopropostasi in questo Gruppo preparatorio potrà partecipare ad uno o più incontri di uno o più gruppi, poiché le date sono diverse, concentrate dalla seconda metà e alla fine di ottobre. Gli incontri di questi Gruppi sono aperti a coloro che vogliono farne parte. Questi piccoli Gruppi: 1)  si organizzano in base a tematiche; 2) sistemano il materiale prodotto in una forma più schematica; 3) producono delle schede che entro il 20 novembre saranno pubblicate sul sito della Sede nazionale in uno spazio dedicato.

Successivamente, si deve andare alla costituzione di un Gruppo organizzativo meno ampio, di 15/20 donne che prenderanno in consegna tutto questo materiale “grezzo” e che avrà il compito di preparare il percorso Congressuale, decidendo i tempi, preparando le bozze dei documenti congressuali, occupandosi infine del reperimento delle risorse finanziarie per il Congresso.

Questo Gruppo verrà nominato in una Assemblea, da tenersi il 4 dicembre 2010, a Roma, nella Sede nazionale. Per farne parte bisogna autoproporsi o essere proposte ed essere votate. L’Assemblea deciderà le linee guida su come questo Gruppo dovrà lavorare. Potranno riproporsi per questo nuovo Gruppo donne che fanno già parte dell’attuale, come donne che stanno lavorando in altri gruppi e in altre realtà. Per quella data la Sede nazionale sarà in grado di fornire i dati sul censimento avviato con il tesseramento 2010.

 Quello che vi ho letto sono le decisioni prese nel Gruppo dopo tre incontri, a quasi un anno dall’Assemblea autoconvocata a Pesaro. Sono decisioni alle quali il Gruppo è pervenuto dopo ampia discussione e dopo votazione su tre differenti proposte.

Con ciò ho pensato che fossimo giunte ad un punto di equilibrio tra noi, tanto da farci guardare a questo tempo, ai tre incontri e ai soldi spesi come a un guadagno. Soprattutto  quando ho letto i contributi arrivati puntuali dalle Udi a Genova, a Pesaro e a Modena, anche questi inoltrati  alle iscritte. Li riassumo brevemente.

A Genova il 16 ottobre l’incontro ha messo a tema: donne straniere e italiane; reciprocità dei rapporti e rapporto con la politica. Dal contributo traspare l’impegno che l’Udi “25novembre2008” ha messo nel costruire relazioni con donne straniere che ci fanno  intravedere una loro presenza concreta nel dibattito futuro del Congresso.

A Pesaro il 23 ottobre  si è discusso dell’ Autonomia, del rapporto con il maschile, con le istituzioni e con i partiti. Anche qui le donne dell’Udi hanno consegnato uno scritto chiaro e schietto. Non era scontato, visto che i materiali analizzati dicono di un universo udi molto variegato che agisce in contesti differenti, ha relazioni politiche diversificate, ha una storia e un proprio retroterra.

 L’incontro del 30 ottobre tenuto a Modena era il più complesso non tanto per il tema – l’organizzazione e le regole –  quanto per la mole degli scritti che in questi mesi si era accumulata nel Gruppo sull’argomento. Fare ordine, dare una forma intellegibile a tutto è stato uno sforzo grande di cui dobbiamo ringraziare Laura Piretti in particolare.

Ho pensato che si poteva ripartire da queste mediazioni, ma alcune mail arrivate subito dopo la diffusione di questi documenti, la richiesta di ripresentare scritti già presentati e sempre da parte di donne del Gruppo mi hanno convinto che è necessario per me ribadire alcuni concetti di fondo.

Torno all’Assemblea di Pesaro, dove ci siamo trovate quasi un anno fa e dove sono emerse, anche se in modo confuso, divergenze sulle quali occorre tornare perché in parte hanno origini più lontane e in parte spiegano quello che è avvenuto dopo.

La matassa che si va ingarbugliando sempre più per quanto concerne i ruoli di Coordinamento e di Delegata, i rapporti tra questi due organismi e i rapporti con le associate.

In ogni relazione di fine mandato ho puntualmente informato l’Udi del lavoro che facevo e di quello che avevo intenzione di fare. Queste parole si trovano nella relazione del 4 giugno 2005 e ve le voglio leggere: Occuparmi della sede nazionale ha richiesto un certo spirito  d’avventura, moderato però da una vera istintiva ripulsa contro la distruttività. Ho vigilato per  bloccare tutto  quello che mi sembrava stantio e ho protetto  quello che c’era di vitale, sapendo per esperienza  che non è stantio ciò che appartiene al passato e vitale quello che è proiettato nel futuro: non è così semplice. Ho avuto modo di valutare giovani dotate di una buona dose di opportunismo e vecchie spregiudicate e generose. Prima ancora che iniziative ho promosso accostamenti di persone e accostamenti di idee, di campi. E ho ripreso la pratica dei  piccoli incontri, dove piccoli non equivale a insignificanti: piccoli perché capaci di agire una sobrietà politica, uno sfrondamento di ciò che è inutile, ingombrante, decorativo. E piccoli perché più adatti a parlare delle priorità e delle urgenze, più capaci di impostare una politica visibile, riconoscibile, tendente a lasciare un segno e ad accumulare forza. Da qui nascono nuovi accostamenti, nuove priorità. Da qui  è stato possibile pensare alla sede nazionale come luogo di nascita di un nuovo rapporto sia con le istituzioni che con altri soggetti politici. L’Udi, quindi, come luogo progettato simbolicamente, con la certezza che l’Udi è l’unico sforzo in atto in Italia per organizzare politicamente le donne. Sforzo, non certezza. Perché  l’esistenza dell’Udi non è dovuta e non è garantita nemmeno grazie ai “sacrifici” fatti da una o da tutte. Capire la realtà significa sapere che tutto può sempre finire, nonostante l’apparenza, nonostante gli archivi. Rivendico  la fatica di un rispetto tutto conquistato, come rivendico il diritto a veri conflitti invece della tolleranza nei confronti di  generiche inimicizie che chiamano in causa i caratteri, senza nemmeno una vera competizione in nome di un progetto alternativo. Rivendico  il solo fatto di avere scelto, in questi anni.  Ed è su questo che vorrei essere giudicata. Perché il segno del rispetto tra noi è assumersi le conseguenze dei gesti politici che mettiamo in atto. Le mie sono sotto gli occhi di tutte. Chiuse le virgolette.

A Pesaro ho presentato una relazione dal titolo Un orizzonte altro che, pur tenendo conto dei contenziosi in corso, voleva guardare in avanti.  Mi sono regolata come tante altre volte in questi anni, ho messo da parte gli episodi incresciosi e mi sono sforzata di presentare alle autoconvocazioni  relazioni piene di senso e di parole nuove. Ancora una volta ho puntato in alto e ho comunicato a tutte solo qualcosa di ciò che era accaduto durante la Staffetta e delle decisioni che mi sono trovata a prendere da sola, con l’unica collaborazione di Portastaffette e di Garanti.

Ho solo accennato alle mancate riunioni del Coordinamento tanto da essere, più o meno apertamente, accusata di reticenza. Ma come raccontare il lungo ed estenuante scambio di mail che ha caratterizzato il rapporto del Coordinamento con la Delegata? Tanto che ad un certo punto ho chiesto di trovare al proprio interno una portavoce per farmi richieste precise, se proprio volevano coinvolgermi nelle tante proposte che si susseguivano. Ebbene, in autunno le Coordinanti sono lì che dibattono su chi deve essere o se deve effettivamente esserci una portavoce.

Intanto le cose procedono, la manifestazione conclusiva della Staffetta incalza e molte componenti del Coordinamento sono alle prese con la loro Staffetta nel proprio territorio. La dimensione nazionale dell’evento è lasciata a sé stessa, e cioè alla sola Sede nazionale. Chi c’era a Brescia ricorda che il Coordinamento non era presente sul palco. Non poteva essere altrimenti, non era presente politicamente, non lo si poteva far salire neppure per un saluto, perché alcune non c’erano e di alcune non era addirittura chiaro se si fossero dimesse o meno.

A Pesaro tengono la loro relazione di fine mandato le Garanti, precisa e puntuale con richiami molto espliciti ad alcuni nodi politici che già si evidenziano. Non si ricandidano, considerano conclusa l’esperienza, ma non si sottraggono all’impegno di contribuire per il passaggio delle consegne. Vengono nominate due nuove Garanti.

A Pesaro il Coordinamento arriva a con due documenti. Uno sottoscritto da Claudia Mattia, Enza Miceli e Fabiola Pala, letto da quest’ultima. L’altro sottoscritto da Carla Cantatore, Giovanna Crivelli, Katia Graziosi, Anna Maria Spina, letto da Katia. Stefania Cantatore che a  Dicembre si era chiamata fuori dal Coordinamento non da ulteriori spiegazioni  nemmeno quel giorno all’Autoconvocazione. Di quel Coordinamento, infine, sono presenti a Pesaro 5 donne su 10: Claudia Mattia, Enza Miceli, Fabiola Pala, Carla Cantatore e Katia Graziosi.

L’Assemblea prende atto della difficoltà incontrate da questo organismo e, nel momento in cui l’Associazione decide di andare ad un nuovo Congresso, ritiene che non vi siano le condizioni per accogliere la richiesta di proroga che viene fatta da Carla Cantatore, poi appoggiata da altre che in quel Coordinamento non c’erano state, nelle fasi finali dell’Assemblea. Una richiesta di proroga a nome del Coordinamento nel suo complesso, anche a nome di chi non lo chiede, anche a nome delle assenti.

Quella richiesta non viene neanche messa ai voti.

Nel ripresentare la candidatura come Delegata, tra le altre cose, dirò che la Sede nazionale è in grado di gestire l’attività dell’Udi fino al Congresso, per eseguire le decisioni assembleari. Su quelle parole e dopo quell’intervento vengo rieletta.

Voglio tornare su questo passaggio per spiegare meglio cosa intendo quando dico che la Sede nazionale è in grado di far fronte all’attività programmata dall’Udi, perché se una guarda solo alle presenze delle donne che sono materialmente a Roma in via dell’Arco di Parma potrebbe avere qualche ragione per preoccuparsi, ma io faccio riferimento ad una dirigenza di fatto di valore nazionale che si è moltiplicata sul territorio.

La scuola politica, le portastaffette, il gruppo sulla comunicazione, sull’Archivio e per la Campagna Immagini amiche rappresentano quella dirigenza diffusa che anche io da sempre  sollecito e sostengo. Non avrei potuto portare avanti i progetti avviati senza queste donne, non avrei potuto realizzare il Calendario 2011 senza il generoso contributo di Claudia Lisi e poi di tutte le altre che hanno risposto alla mia richiesta, comprese le ragazze incontrate alla scuola di Politica arrivate a Genova attraverso facebook.

Il progetto Adige annunciato da Claudia Mattia a Pesaro è andato avanti ed è l’unico progetto in Italia per la formazione di documentaliste on line.

Nel frattempo la Campagna Immagini Amiche va avanti, con un riconoscimento da parte del Presidente Napolitano che ci onora, il Premio procede spedito verso l’8 marzo e la sua presentazione il 26 novembre nella Sede del Parlamento Europeo ha avuto un esito straordinario.

Questi sono solo accenni della quantità di cose che stiamo facendo, ma quello che mi preme dire è che questa dimensione nazionale non sarebbe neanche immaginabile senza il rapporto che la Sede nazionale è riuscita a stabilire con tante donne del territorio. Un rapporto che funziona e produce guadagni per tutte quando si basa sulla fiducia e sul riconoscimento. Un rapporto che può anche non funzionare, l’ho avuto chiaro in questi mesi, quando si mettono in discussione in modo pretestuoso ruoli e competenze.

Torniamo allora al Coordinamento per fare memoria che fin da subito dopo il XIV Congresso ci siamo rese conto che sarebbe stato l’organismo con maggiori difficoltà: di comunicazione, di gestione, di compiti e di ruoli. Si trattava di sperimentare una dirigenza collettiva dopo almeno due decenni. E infatti difficoltà ci sono state anche nei primi due Coordinamenti, che però hanno mostrato una maggiore tenuta perché c’erano più presenze di donne che venivano da una tradizione Udi e quindi più allenate a gestire le differenze. Il  primo Coordinamento ha contribuito a traghettare l’Associazione nei primi passi della sua riorganizzazione e il secondo ha dato un apporto essenziale alla prima importante Campagna 50E50.

Nel 2008 il Coordinamento si rinnova in toto, si apre a donne più giovani così come a donne arrivate con la Campagna 50E50. Per parte mia, lo vedo come auspicio di maggiore confronto e soprattutto protagonismo da parte di un organismo dirigente sempre più necessario all’ Associazione che, dopo la Campagna 50E50, vede lievitare prestigio e riconoscimento. Ci sono mail in quantità a testimoniare le sollecitazioni che ho fatto in questi anni ad ogni Coordinamento ad assumere un ruolo più costante, a produrre materiali da comunicare alle associate, ad interessarsi veramente del corpo complessivo dell’Udi e non della parziale esperienza di cui ciascuna era portatrice. In una parola, ad essere “nazionale”.

Faremmo una operazione sbrigativa e per certi versi ingiusta se liquidassimo l’esperienza dei vari Coordinamenti riconducendo le difficoltà al fatto che è composto da donne provenienti da esperienze diverse, da pratiche diverse. Anche utilizzare una spiegazione aritmetica non basta, come pure è stato detto: un numero troppo piccolo per alcune cose, troppo grande per altre. Le differenze tra le donne del Coordinamento, di per sé, non sono un problema, anzi possono risolversi in una ricchezza se quelle donne riescono ad esprimere una capacità di decisione collettiva su quale politica privilegiare. In una parola, quando ciascuna è disposta ad accantonare una parte del proprio sé per arrivare a dire noi, giusto per parafrasare lo slogan del Congresso.

Preso dunque atto dell’impossibilità di una proroga di quel Coordinamento 2008, l’Assemblea autoconvocata il 30/31 gennaio a Pesaro,  si  affida, come già in altre occasioni, al meccanismo dell’autoproposizione e decide la costituzione di un Gruppo preparatorio ritenendolo lo strumento più naturale e sperimentato per avviare un Congresso.

Quel giorno di maggio in cui il Gruppo si insedia per la prima volta assisto ad una sorta di  bulimia da autoproposizione che ci ha portato fino a più di sessanta partecipanti. Autoproporsi in questo caso si è tradotto in un venire oggi e non venire domani, recapitare documenti, in qualche caso leggerli, a volte depositarli per conto di altre. Eppure a Pesaro avevo avuto la precauzione di ricordare quanto quell’impegno fosse gravoso, quanto tempo si doveva mettere in conto. Quando nel Gruppo farò notare la cosa, qualcuna insorgerà perché sono poco democratica, poco accogliente.

Anche alla luce di questa esperienza, non metto affatto in discussione l’autoproposizione che rimane uno dei capisaldi del nostro fare politica, ma forse dobbiamo tornare a dirci cosa ha significato per l’Udi  introdurre questa pratica che ci ha accompagnato nel diventare l’Associazione che siamo.

Il Gruppo si avvia con i documenti che lievitano da un appuntamento all’altro e tutti centrati sulle regole. La mole degli scritti è stata inversamente proporzionale alla storia del gruppo che l’ha prodotta. Quasi nessuna, a parte Modena, ha seriamente analizzato la propria rappresentatività sul territorio. Nessuna ha ritenuto di dover raccontare quanti incontri vengono programmati, come, con quali criteri si nomina la responsabile di un gruppo, come ci si rapporta alle donne della propria città.

Tutte o quasi in compenso si sono lanciate nel dire quante Delegate, una, due, meglio Delegata o meglio Segretaria, o forse Presidente. Ci si è lungamente soffermate nel giudicare quello che ha fatto e fa la Sede nazionale, colpevole, sempre secondo alcune, di decidere senza collegialità.

Addirittura, in più di un intervento si adombra la responsabilità della sottoscritta per la mancata rielezione (o proroga che dir si voglia) di quel Coordinamento che avrebbe voluto assumere il ruolo del Gruppo preparatorio.

Più o meno a partire da quel momento, la Sede nazionale viene rappresentata da alcune come controparte, anche se ci si guarderà bene dal dire chiaramente a partire da cosa. Il punto è che quanto emerso finora, a volte tra le righe, a volte più chiaramente, non riguarda solo vicende personali o questioni che si spiegano con differenti temperamenti.

Questo se mai dice solo del modo in cui emergono i problemi.

Il nodo cruciale è nella differenza tra concezioni politiche. Non c’è da stupirsi né da preoccuparsi. È una costante della politica delle donne interrogarsi sull’efficacia delle forme che ci diamo per coinvolgere altre donne. È una costante interrogarsi su quale rapporto intrattenere con il maschile; su questo in certi momenti il dibattito è stato anche molto acceso.

Differenti concezioni comportano sempre differenti modi di fare politica, se ne possono individuare almeno due.

Una che confida nel rapporto con una qualche parte politica, che crede che ciò favorisca le istanze delle donne, che partecipa a manifestazioni governative o antigovernative, che sollecita il protagonismo femminile su obiettivi generici e parziali perché li ritiene utili per il genere.

Un’altra concezione che cerca di sapere prima di tutto quali donne si rappresentano, cosa pensano e cosa vogliono, che cerca di parlare a tante donne, che vuole cambiare il rapporto tra i generi facendo opinione, cambiando il linguaggio perché pensa che la politica delle donne produca di più quando cambia il costume e la cultura che quando si attesta solo sulle leggi e sulle regole.

Ogni differente pratica politica che ne consegue, così come ho provato a sintetizzare, è legittima. La mia lunga esperienza  nell’Udi – e solo nell’Udi –  mi ha anche insegnato che non si possono avere contemporaneamente i vantaggi dell’una e dell’altra.

Il libro di Marisa Rodano sull’Udi  è lì a dirmi che, ciclicamente, ci ritroviamo ad affrontare conflitti, più o meno dichiarati, che ruotano intorno ad una parola: autonomia.

Ci siamo imbattute tante volte nella necessità di dover marcare passo passo il nostro ambito politico per non farci divorare dai partiti. Abbiamo dedicato anni e interi convegni a interrogarci se dovevamo essere un’associazione delle donne o per le donne.  Abbiamo lottato con tutte le forze per evitare che il nostro  obiettivo di essere visibili – visibili a chi?- venisse contraffatto e tradito.

Ci siamo sforzate di inventare forme politiche originali  che, riapro le virgole,  hanno dovuto anche sopportare incomprensioni, incapacità di lettura e di interpretazione. A distanza di alcuni anni, la loro carica di novità a noi dell’UDI non sfugge davvero, sia rispetto ai congressi dell’UDI che li avevano preceduti, sia ancor più  nel confronto con assemblee congressuali promosse da soggetti diversi (maschili): non solo partiti o sindacati, ma anche indette da categorie professionali, da istituzioni accademiche e di ricerca, da movimenti di ispirazione religiosa e così via. Queste parole Maria Michetti le scrive nell’ottobre del 1987.

Oggi, dobbiamo riflettere sul progressivo impoverimento che la parola autonomia assume nella politica delle donne quando è percepita solo come essere autonome a volte da questo, a volte da quello, a volte solo in quel dato frangente. A volte, accade che autonomia è la parola usata, rivendicata quasi, da un gruppo Udi nei confronti della Sede nazionale per la voglia di gestire quella stessa parola nei confronti di formazioni politiche. Invece, quante cose cambiano quando autonomia è vissuta come principio su cui fondare lo stare assieme e l’azione comune, quando è percepita nel suo senso letterale: darsi regole proprie.

Le cose non si ripetono mai allo stesso modo, cambiano i soggetti e cambia il mondo intorno a noi. La politica che abbiamo macinato in questi dieci anni ha fatto convergere verso di noi donne reali, non immaginarie, con aspettative di partecipazione molto alte. Sono donne  che hanno acquisito un forte senso di sé e vogliono far parte dell’Udi con la loro personale soggettività.

Molto prima di Pesaro sapevamo che era arrivato il momento di governare quei cambiamenti che noi stesse avevamo prodotto con le Campagne. Abbiamo atteso che si concludesse la Staffetta per dare l’avvio ad un Congresso.

Fino a Pesaro ho pensato che facessero agio tra noi una pratica politica e regole condivise, ma quando ho letto alcuni scritti del Gruppo preparatorio che voi tutte avete avuto e potete rileggere ho capito che non si trattava di aggiustare il tiro della nostra politica o di armonizzare le differenze. Si stavano mettendo in discussione alcuni principi che sono a fondamento della politica dell’Udi.

A questo punto ritengo che non solo è un diritto ma è un dovere per ciascuna assumere la piena responsabilità di quello che dice, di quello che scrive, di come decide di diffondere quello che dice e quello che scrive, dei tanti comportamenti in atto e delle conseguenze  che ne derivano.

Torniamo al femminismo, allora.

Occorre ritrovare un senso di sé e forse si può se si torna al femminismo senza paura di essere fuori moda. Il femminismo ha costretto molte donne a nominare la misura del rapporto con sé stesse e con il mondo.  Attraverso il femminismo abbiamo cominciato a non farci più determinare dal sistema neutro maschile e a dare valore al  giudizio femminile anche quando era duro e difficile da accettare.

In particolare il giudizio di quelle che ci sono più vicine, di quelle con cui facciamo politica, perché sono i giudizi che ci fanno più patire o più gioire.

Imparare a leggere la propria vita a partire da questa verità, niente affatto scontata, vuol dire aprire – forzare –  un varco nella politica e  ripensarla a partire  dai rapporti concreti tra noi.

Contare su una donna, accogliere questo pensiero, fargli spazio, farlo crescere, è una pratica politica che non si finisce mai di imparare, non sarà mai scontata e  dura tutta la vita. Nominare i rapporti tra di noi, allora come oggi, costringe ad analizzare lucidamente in quali condizioni essi si determinino se non vogliamo che l’unico prerequisito per stare insieme sia l’amicizia. La confidenza, l’intimità, la conoscenza che connotano un’amicizia non sono il miglior presupposto per una significativa relazione politica.

Avere l’intenzione di nominare i rapporti è condizione necessaria perché si dia uno spazio politico comune.

Nominarli è il passaggio successivo con il quale si impara la propria misura e ciò può avvenire solo in uno spazio comune e in un rapporto regolato con le altre. A partire da questo ci scegliamo e condividiamo una storia, e solo questo garantisce che ci sia il reciproco riscontro sugli atti politici collettivi dove ciascuna deve sapere che si assume la responsabilità  di esporre contemporaneamente se stessa e le altre.

In assenza di tutto questo può prevalere la paura di essere inadeguata, di essere insignificante, il divorante bisogno di riconoscimento. Sentimenti che attraversano la nostra politica e di cui si parla e si scrive poco, anche se nessuna di noi ne è immune. Per questo occorre ora reinventare il nostro modo di stare insieme senza farci demotivare dall’idea che costruire una pratica sia una perdita di tempo, roba vecchia, superata da una modernità in cui tutte siamo uguali perché tutte più istruite e tutte più tecnologiche. Spesso, appellarsi al fatto che siamo donne, pertanto tutte uguali, diventa sufficiente per cancellare disparità e genealogia.

Il concetto di disparità è fondamentale per nominare le differenze, le capacità  che ci sono tra di noi, la storia che ciascuna ha maturato. Con la genealogia si riconosce nella propria storia politica la donna, le donne, da cui si è imparato.

Cancellarle riproduce solo meccanismi che ci tengono fuori dalla storia, azzerandola ogni volta che ne ignoriamo le origini e i soggetti che ne hanno determinato l’esistenza stessa. Penso a questo tutte le volte che vedo sottolineare reiteratamente che siamo uguali, o come qualcuna ha detto e scritto, siamo tutte dirigenti. Questo mostra semplicemente che non siamo ancora capaci di gestire le soggettività, il valore delle storie diverse e che preferiamo la miseria come comun denominatore alla costruzione del genere politico femminile.

E tutto questo l’ho visto agire anche nei miei confronti, quando parlo di come lavoro, di che cosa regola il mio agire politico quotidianamente, di che cosa mi sostiene nel ruolo che mi è stato affidato. A volte, avverto che evoco qualcosa di insostenibile e in certi casi  sperimento atteggiamenti distruttivi che alimentano un disordine simbolico, prima ancora che politico,  di cui non si è neppure consapevoli.

Una cosa acquista valore simbolico quando tutte noi le attribuiamo lo stesso significato e ciò fa ordine nei rapporti, si capisce cosa viene prima e cosa viene dopo. Quando non ci rendiamo conto del significato di una cosa o le attribuiamo un significato diverso, questo produce disordine nei comportamenti e nei linguaggi. Questo, molto spesso, spiega anche i così tanti non capisco.

E per questo, forse,  molte si sono soffermate sulle regole, soprattutto per parlare e scrivere di quanto non si trova scritto nello Statuto attuale. L’ho visto fare per supportare comportamenti che si discostano da quegli stessi principi sui quali abbiamo convenuto da molto tempo e che abbiamo sempre tenuto presenti nella nostra azione.

Sono principi che non trovate scritti in uno Statuto, perché molto di quello che non è scritto concerne una pratica che, per il movimento politico delle donne, vale quanto uno statuto. Per molti anni abbiamo fatto a meno di uno Statuto perché facevano fede tra noi la Carta degli Intenti e le decisioni prese in Assemblea.

Infatti, è stato proprio grazie al fatto di avere una lunga e robusta pratica politica che abbiamo potuto pensare uno Statuto che non ci ingabbiasse in una organizzazione burocratica, tipica di altre formazioni sociali e politiche, la stessa per capirci da cui ci siamo liberate nell’ottantadue.

L’Udi tutta va al XV Congresso innanzitutto per rinominare la sua politica e la sua pratica. Da questo, e solo da questo, conseguiranno i cambiamenti statutari che insieme riterremo necessari.

Allora pensiamola la nostra politica. Pensiamola e pratichiamola come un abito confezionato proprio per me, per te, per noi, un abito su misura, una politica su misura. Un abito così deve essere fatto con una stoffa nuova. Non può essere un abito rivoltato. La stoffa nuova non può essere neanche la cara vecchia autonomia.

La stoffa nuova si chiama titolarità.

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