Claudia Lisi

“squotiamola” spiegata alla mia gatta

Una prof di lettere, qualche tempo fa, sconvolta dalla strana piega che stava prendendo la scuola, ha provato a spiegare al suo cane appunto la… scuola. Ne è uscito fuori un libro e così abbiamo capito tutti.

Io non è che proprio mi voglio mettere a confronto, non sia mai un così grave colpo alla mia modestia, e poi non ce l’ho nemmeno un cane, una gatta semmai…

E se gliela spiego alla mia gatta questa cosa dello squotamento…?
Lei sta pigramente allungata su un cuscino e mi guarda con la faccia sorniona, l’occhio verde remoto, il baffo fremente. Probabilmente pensa che questa parola, squotamento, abbia un suono per lo meno strano.
Squotamento? Non sarà un errore per scuotimento? Un refuso di battitura?

Io glielo chiedo, ma lei non ci casca: fa le fusa su squotamento, meglio ancora su squotare, non ne parliamo poi se pronuncio: “squotiamola”!
Provo a dirle che se va a guardare sulla Treccani ultima uscita questo verbo non lo trova, ma lei mi restituisce uno sguardo saputo, che sembra voler dire “con calma, l’anno prossimo lo troverai”.
Dici che ha già capito tutto?

Mah!  vediamo in dettaglio: squotare, voce del verbo squotare, 1° coniugazione, infinito, presente, transitivo, irregolare, difettivo, derivato dal sostantivo “quota” e dal prefisso s-. Letteralmente “privare della quota”. Oppure, più raro: “togliere dalle quote”. Chi, che cosa? (complemento oggetto, è transitivo): la politica, la lista, l’istituzione…insomma, ogni luogo decisionale collettivo. E non solo.

Chiaro? Chiarissimo!
Ma no, non è vero, glielo leggo nella coda: vuole sapere di che quota stiamo parlando.
Eccoti servita – le dico – quelli che si occupano di politica la chiamano quota rosa, inteso quest’ultimo ufficialmente come colore, non come aggettivo-participio…
Ma forse il loro ragionamento parte appunto dall’aggettivo?
Forse che il tutto parte da rodere – erodere – rosa – erosa…?

Gladys (così si chiama la mia gatta),  mi fissa immobile: sembra un emoticon di quelli allibiti, con le sopracciglia dritte. Fra le orecchie le leggo un fumetto: che c’entra E…rode?
Per farla riprendere  le lancio un croccantino e provo a spiegarle il mio ragionamento: sarebbe – le dico – una quota erosa ad un totale tutto maschile e destinata ad essere occupata da una percentuale femminile, dunque rosa – erosa – quota rosa – quota erosa…
E poi, siccome quelle che… rodono sono pure femminucce, il tutto quadra: rosa!
Sai – insisto – quando sulle culle ci mettono il fiocco rosa?

Ecco, quel rosa. E’ un rosa roso ad un azzurro, diciamo un celeste, per armonie di sfumature cromatiche. L’anno scorso discutevano: il 10, il 15, il 20%, come nelle ricette, quando leggi q.b. quanto basta, a tua discrezione. Poi sembrava quasi che se le fossero scordate, persi in alte quote… Ora qualcuno ipotizza un 40%.

Noi, invece, forse per via delle ricette, chissà, insomma, a furia di pensare siamo arrivate a volere  una politica come il pan di spagna. Ce l’hai presente il pan di spagna, no?
Lei, appena sente…”spagna” si gira di scatto sul dorso e sta per un po’  zampe all’aria…
Sembra dirmi, con aria sognante: oh… la Spagna!

Io continuo imperterrita con la ricetta. Anzi, gliela declamo a voce alta e lenta, con la faccia dritta, sembro l’esperta di certe tv culinarie d’eccellenza.

Ma sì, il pandispagna, dolce perfetto, semplice e versatile, gusto inconfondibile e di molte virtù, con una ricetta veramente democratica. Tutti gli ingredienti in ugual misura, l’armonia dipende dal fatto che nessuno è soverchiante rispetto ad un altro. Questa ci sembra una cosa veramente ben fatta. E se la torta è fatta da due soli ingredienti, si fa a metà. Ecco.

La mia gatta sbadiglia, si ribalta di nuovo e, con una svirgolata della coda, sintetizza: da q.b. a b.q…. allora! Da “quanto basta” a “basta quote”.

Proprio così, invertendo l’ordine dei fattori il prodotto… cambia, completamente.
La politica da quasi monocolore diventa bicroma, metà e metà.
Nuovi colori, nuove prospettive, sulla tavolozza della Repubblica…

E… oh insomma – le faccio, arrancandole dietro con i fogli in mano, mentre si dirige caracollando verso la sua ciotola – una società che colma un deficit di democrazia! E mica lo dico solo io, questo! E’ l’Unione Europea  che lo pensa, eh! E lo scrive. E sollecita tutti quanti a darsi una mossa. Certo, lei è più educata, dice “buone prassi”, “azioni positive”. Dice che solo così si terrebbero in conto gli interessi e le esigenze dell’intera popolazione. A vantaggio di tutti. Si, lo so, tu la vedi ancora lontana questa cosa…

Gladys l’irriverente, nel frattempo, ha soddisfatto la sua esigenza.
Ma io non demordo e le spiego che proprio per questa “lontananza” il verbo squotare è per ora un verbo difettivo. Gli mancano tutti i tempi del passato. Si usa preferibilmente al plurale.
Coniugato al singolare, infatti, non avrebbe lo stesso significato pratico.
Simbolico, forse, ma non basta più.
E, date le circostanze, lo usiamo all’imperativo o al congiuntivo esortativo.
Però ascoltami bene: sono convinta che la situazione sia del tutto temporanea e, in prospettiva, la coniugazione sarà completa, nei modi e nei tempi. Così passerà anche da irregolare a regolare.

Vedo che la tua sensibilità filologica ha il sopravvento e mi contesti che sia un verbo irregolare.
Forse ti devo dare ragione: squotare – squotiamo come amare – amiamo.
Radice costante, desinenze consuete, sì, regolare.
Però, tu, nella tua felina saggezza, riesci a vedere oggi qualcosa di più irregolare di una politica squotata?

Se non è irregolare nella forma, lo è almeno nella significanza.

E passami il termine, che non è momento di fare troppe sottigliezze!

Squotare è inoltre parente stretto del verbo scuotere. Sempre nella significanza, dico.
Nel senso che se non diamo una bella scossa alla politica, non la possiamo nemmeno squotare.
E se la pronunciamo, questa necessità, dobbiamo dire “squotiamo la politica”, che suona proprio come “scuotiamo” da scuotere. E mentre l’orecchio sovrappone i suoni, il cervello prende la prima come conseguenza della seconda, e sintetizza in una sola parola, scritta con la q.

Strano destino questo dei verbi che a volte si rimandano echi tra loro, penso tra me e me.
Scuotere è un antico verbo di movimento senza pretese rivoluzionarie, né di forma né di contenuto, la sua coniugazione resterà sempre “statica“, completa di tutto punto e irregolare (prova a dirmi il passato remoto!).

Squotare è nuovo nuovo, indica qualcosa che per ora esiste soltanto in potenza, conduce ad una situazione di equilibrio, ma la sua coniugazione è dinamica e il verbo diventerà nel tempo regolare e completo.
Quando non sarà più un neologismo.
E non sarà più rivoluzionario.

Allora tutti si stupiranno che per parlare di una cosa così ovvia, ho pensato di farlo con te che sei la mia gatta.
Con te che, ora ne sono proprio sicura, te la sei goduta un mondo e avevi capito tutto fin dall’inizio…

Tant’è che si è definitivamente addormentata, dopo tutto questo sproloquio di verbi e matematica e ricette. Magari sogna una politica squotata che potrebbe cominciare a volare ad alta quota!

Aspetto che si svegli, per darle la bella notizia. Per dirle che, da qualche parte, finalmente…!

febbraio 2007

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