Partecipare non è schierarsi

 

Per chi si fa domande sull’andare in piazza oggi, l’esperienza già vissuta aiuta a riflettere. Non ho dimenticato la manifestazione di Snoq del 13 febbraio 2011. L’Udi, come da prassi consolidata, non aderì come Associazione, anche se molte iscritte vi parteciparono. Ma una parte dell’Udi non condivise la decisione di non esserci con il logo. Io, che in quel periodo ero la Delegata alla Sede nazionale, fui ritenuta la maggiore responsabile, diventando così il bersaglio di attacchi violenti e anche volgari. In realtà, in quell’occasione, emerse furiosamente un conflitto latente tra due differenti concezioni della politica che non erano e non sono componibili. Lo pensavo allora, lo penso oggi.

Nella foto io all’Assemblea nazionale di Snoq a  Siena, 10 luglio 2011. Questo il testo del mio intervento in tre minuti

Questa piazza piena di donne chiede a tutte noi una promessa: trovare i tempi e i modi per costruire una rappresentazione collettiva nuova, coraggiosa che si apra alle diverse esperienze, senza cancellare i percorsi già fatti e i soggetti che ne sono protagonisti.

Costruire insieme è possibile, questa è la sfida che abbiamo di fronte. Cominciando a fare i conti con il potere, quello delle istituzioni, dei partiti e dei media e farlo con chiarezza, apertamente, in modo che le donne possano vedere che noi ci prendiamo questa responsabilità.

Va nominato anche il potere tra donne, accettando le capacità di una donna, o di alcune, e facendone un nostro punto di forza.

Solo mostrando che si sa stare su di sé induce una donna a pensare che può votare un’altra donna, qui oggi è stato detto che le donne non votano le altre, lo sento dire spesso, ma questa è una libertà che ci dobbiamo conquistare. Io penso che quando a una donna è consentito di proporsi abbia la competenza e, secondo me, più strumenti per essere votata dalle donne e dagli uomini.

Questo significa per noi dell’UDI 50E50: la possibilità di gareggiare alla pari nel rispetto delle differenze e non la garanzia di essere nominate per legge. Questo chiedono quelle 120.000 firme certificate depositate in Senato nel novembre del 2007 per una legge di iniziativa popolare. Molte delle donne qui presenti, singole e associazioni, si sono impegnate nella raccolta delle firme e aspettiamo tutte che qualcuno, QUALCUNA, se ne faccia carico. Oggi ho sentito più volte parlare del 50E50, che è ormai entrato nel linguaggio corrente, e della necessità che le donne siano ovunque si decide. Bene, alle donne di partito qui presenti chiedo che comincino ad esporsi pubblicamente. Gli strumenti ci sono già, si tratta di trovare finalmente il coraggio per aprire una vertenza con il proprio partito per aprire la strada alle altre donne con regole più dignitose per tutte e per tutti. Se lo faranno, noi dell’Udi, tutte noi, le sosterremo, saremo con loro.

Per chiudere. Se tantissime sono state le donne in piazza il 13 febbraio lo si deve anche al lavoro pregresso di diverse associazioni che da tanto tempo hanno avviato una lotta agli stereotipi di genere, penso alla Campagna Immagini amiche e alle sue molteplici iniziative. Realizzando l’evento del 13, Se non ora quando ha assunto un’egemonia e noi che siamo qui, come tante altre donne, la riconosciamo. E la misuriamo sulla pratica politica. Perché l’egemonia nella politica delle donne deve essere, secondo me, come la testimone di una staffetta, che passa di mano in mano, di riconoscimento in riconoscimento.

Pina Nuzzo

 

Questo, invece, il testo della lettera che scrissi dopo la manifestazione del 13 febbraio 2011:

Roma 16 febbraio 2011

Quanto è accaduto prima durante e dopo la manifestazione del 13  ha solo accentuato una tendenza nei miei riguardi che si è manifestata da qualche tempo tra le associate. Non dico molte o poche perché questo non ha importanza, come non mi interessa la conta che si è fatta in questi giorni. E non mi interessa neppure di aprire un referendum nei miei confronti, non ne ho bisogno in nessun senso.

Mi interessa invece capire quale direzione vogliamo dare alla nostra politica, oggi che  l’Associazione ha un credito ed è spendibile. La manifestazione del 13 ha messo a nudo un simbolico ancora potente-attraente per una parte delle donne e delle donne dell’Udi. Si persegue da sempre una rappresentazione del genere femminile in cui ci siamo tutte-tante-unite e non importa se questo avviene su ragioni che prendono a pretesto la nostra dignità, purché avvenga. Allora si va in piazza con i maschi, loro si ben connotati e differenziati, e offriamo i nostri corpi come schermo di una politica che trasversalmente usa le donne.

Molte, moltissime donne sono andate in piazza, anche donne dell’Udi, perché questo governo è indecente. Lo penso anche io e su questo avrei voluto essere chiamata come cittadina, e sottolineo la A di cittadina, da chi ne ha la responsabilità politica per Costituzione: un qualche partito su una qualche idea di cambiamento. E invece no: si convoca una manifestazione, anzi più di una, facendo leva sulla ragionevole insofferenza di questo Paese verso un governo che ha deluso o disgustato, a seconda dei casi, ma senza spendere un solo concetto politico per dire come siamo potuti arrivare a questo punto.

Come siamo potuti arrivare a formare una classe dirigente che tiene sistematicamente fuori le donne dai luoghi decisionali? Non possiamo, certo,  pensare che la colpa di tutto sia Berlusconi e le ragazze dell’Olgettina!  Ben da prima la selezione nei partiti e nei luoghi di potere segue un codice e  l’onore di maschi e per i maschi. Non nascondo che quando abbiamo avviato la Campagna 50E50 mi aspettavo che le donne di sinistra dicessero quello che ha detto il sindaco di Firenze, cito a memoria: io sono stato un cooptato, ma contesto questo sistema che permette ad un giovane di arrivare, pur mantenendo intatta la nomenclatura. Quale migliore occasione per le donne elette dire: sì, noi siamo state cooptate e siamo anche brave, perché dobbiamo sempre dimostrare che siamo più brave, ma da oggi chiediamo nuove regole, sosteniamo la richiesta di altre donne e avviamo un processo politico che ne favorisca il protagonismo.

E invece no, basta leggere il documento programmatico della Conferenza Permanente delle Donne Democratiche dove si “promuove la pari rappresentanza di genere nelle assemblee elettive di ogni grado auspicando l’obiettivo della parità anche per le cariche monocratiche, istituzionali ed interne, così come per ogni ambito della vita sociale, culturale ed economica, individuando nell’eguaglianza paritaria un elemento di rinnovamento della cultura politica del partito”. Auspicando?

Allora non mi devo meravigliare se “le donne” vengono chiamate a dare senso ad una piazza che sarebbe stata altrimenti silente, ben vengano gli uomini che hanno gridato e cantato slogan del movimento femminista, anche se questo li ha esonerati dal dover inventare slogan per dire la loro responsabilità verso una democrazia tanto sbilanciata verso un genere.

Questo è parte di quello che penso, ma non è su questo che mi sono fissata per non dare l’adesione dell’Associazione. Ho ascoltato molte donne dell’Udi prima e il loro sentimento era di partecipazione individuale, gestita città per città, a seconda delle relazioni politiche consolidate. Era nelle cose che l’UDI nazionale non avrebbe aderito, in genere lo facciamo solo per eventi e manifestazioni che contribuiamo a costruire. Poi sono cominciate le pressioni esterne e la rappresentazione mediatica ha preso il sopravvento, ha zittito perfino le ragionevoli ragioni che hanno portato in piazza molte donne dell’Udi. Le donne non sono state più chiamate a partecipare ma a schierarsi e questo ha reso pesante la non adesione della sigla Udi, anche per le donne dell’Udi che hanno partecipato.

Ci sono mancate le parole dell’Udi mi ha scritto qualcuna, ma non è vero perché tante sono andate in piazza per dire che le donne non sono mai state zitte, anche con i nostri slogan. Il fatto è che ogni donna in questa situazione doveva trovare nella propria titolarità la legittimazione ad esserci. L’Associazione, in virtù della politica fin qui dichiara e praticata, non poteva e non doveva farlo. Ma forse è anche possibile che l’Udi e io non andiamo più nella stessa direzione e allora, da qui all’autunno, quando ci sarà stato il Congresso che stiamo preparando, sapremo qual è la politica che vogliamo fare. E tutte, me compresa, prenderemo le nostre decisioni.

Pina Nuzzo

 

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