“Più che parlare di celebrazione, l’8 marzo ce lo conquistavamo donna per donna”  

 

Maria Michetti

8 marzo, gli anni del dopoguerra. Così li ricorda Maria Michetti: “Sono anni difficili, della ricostruzione. Gli anni dei  governi della Democrazia Cristiana che fronteggiano le Sinistre  e che vengono  ridotte ad una condizione difficile di opposizione. Sono anni nei quali c’è ancora tanta miseria e grandissima lotta popolare per la casa, il lavoro , per il pane. Più che parlare di celebrazione dell’8 marzo, in questi anni, l’8 marzo ce lo conquistavamo donna per donna. Perché donna per donna? Perché tutte le azioni che noi mettevamo in campo, le iniziative con le quali ricordavamo l’8 marzo, trovavano l’ostilità delle forze dell’ordine e  della polizia…oggi può sembrare persino ridicolo …ma offrire la mimosa, diffondere Noi donne e metter su un banchetto in un marciapiede per distribuire volantini e fiori venivano considerate turbative dell’ordine o occupazione arbitraria di luogo pubblico o ancora più grave questua non autorizzata. Le  donne correvano  il rischio nel fare queste azioni perché spesso non solo venivano fermate ma portate al commissariato di pubblica sicurezza e addirittura tenute in carcere per poi essere rilasciate dopo qualche ora data l’insussistenza di quelle incriminazioni”. (dal libro: 8 marzo. Una storia lunga un secolo di Tilde Capomazza e Marisa Ombra, editore Iacobelli

Quando ho incontrato Maria

Negli anni settanta, quando io sono arrivata all’Udi, lei c’era ovviamente da tempo, e quando nell’82 l’Udi azzerò la sua tradizionale organizzazione, Maria si spese insieme a tante di noi nell’inventare forme inedite della politica. Attribuiva, infatti,  grande importanza alla forma e alla pratica, alla lettura della realtà e all’analisi della tradizione, come dimostra la sua partecipazione, insieme a Luciana Viviani e a Margherita Repetto, alla ricerca storica culminata nel volume del 1984 Udi: laboratorio di politica delle donne. Così come sapeva intrecciare la passione per la politica  con la competenza sociologica.

Ho avuto modo di conoscerla meglio nelle Assemblee Autoconvocate dove trovava sempre il modo di affrontare le questioni con rigore e lucidità.  Maria univa al suo essere decisamente una comunista la mancanza di settarismo: questo vale a spiegare la complessità di rapporti che aveva e la stima di cui godeva anche in ambiti diversi da quelli della sua formazione politica. Pur attraversando insieme a noi le diverse stagioni del femminismo, non amava indugiare nelle tendenze del momento; era attenta alle novità ma  esprimeva sempre un forte senso di appartenenza alle matrici originarie dell’Udi: l’uguaglianza e l’emancipazione. In tempi in cui non si prestava ancora tanta  attenzione alle donne immigrate proponeva, a più riprese, di cambiare il nome dell’Udi, di togliere l’aggettivo “italiane” che sentiva escludente per le donne che cominciavano ad arrivare nel nostro Paese.  La sua era una richiesta probabilmente anche sofferta per il legame che aveva con quel nome e penso che sarebbe stata contenta di vedere la soluzione alla quale siamo arrivate nel 2003 con il XIV Congresso: conservare l’acronimo Udi ma declinandolo nel nuovo Unione Donne in Italia. Nel periodo precedente a quel Congresso, in cui io cominciavo ad occuparmi della Sede nazionale, a Maria era venuta una fretta, un’urgenza che sul momento non capivo. Voleva che mi fossero chiari i nostri diritti e i nostri doveri, voleva che andassi con lei negli uffici amministrativi per imparare e per presentarmi. Un giorno, mentre eravamo in procinto di recarci in uno di questi giri di presentazione, sulla soglia del portone, a bruciapelo mi chiese: ma io posso fidarmi di voi? Capii che la domanda vera era: fate, fai sul serio? Perché lei stava facendo sul serio, il suo era un reale passaggio di consegne.

Io le risposi semplicemente di sì e con il passare del tempo, quando la mia fatica mi sembrava proprio tanta e la solitudine anche, mi tornava in mente il sostegno che, della sua generazione, mi è venuto da lei e da Liliana Barca. Ma anche l’impegno preso. E mi piace pensare che sarebbe stata contenta del lavoro che abbiamo fatto e anche che ci sono stati momenti in cui ci è mancata. Mi è mancata. Quando ci ha lasciate, Simonetta Spinelli ha scritto: Se ne va un pezzo della storia dell’Udi ma anche un pezzo della storia mia e di tutte le donne di Roma impegnate nella politica. Un pezzo di storia che voglio ricordare.

 Pina Nuzzo

Note biografiche: Le battaglie di Maria Michetti hanno attraversato 60 anni di storia: dalla Resistenza fino all’impegno per l’emancipazione femminile, che aveva bisogno di scuole pubbliche per i bambini, per consentire alle donne di lavorare. Classe 1922 Maria è morta l’8 settembre 2007, a Roma, città dove ha speso la sua vita di passione e militanza politica, radicata in un Pci di cui però è sempre stata una voce critica. Un padre ufficiale dell’esercito, una madre insegnante delle Elementari, a 18 anni vide scomparire dalla sua classe due compagni ebrei, colpiti dalle leggi razziali. Maria Michetti capì qual era la sua strada: opporsi al fascismo, diventare partigiana. In prima linea nelle attività di massa che servivano a creare una rete di consensi attorno ai gappisti era specializzata nell’organizzare gli assalti ai forni. Fu tra le fondatrici dell’Unione Donne Italiane e responsabile del Pci a Roma. È stata assessore provinciale ai servizi sociali nella giunta Sotgiu e poi consigliere comunale dal ’59 al ’71. Dal 1954 al 1987 ha svolto, con grande prestigio, l’attività di ricercatrice presso la Facoltà di Sociologia dell’Università “La Sapienza” di Roma.

Di lei si ricordano, in occasione del 50° della Liberazione, la presentazione a Ravenna di Cara UDI – L’UDI e “Noi Donne” compiono 50 anni. Nello stesso anno aveva pubblicato, con Marisa Ombra e Luciana Viviani, l’antologia I Gruppi di difesa della donna 1943-’45. È del 1998 la prima edizione, per la casa editrice Rubbettino, del libro, realizzato ancora con la Viviani e con Margherita Repetto, UDI: laboratorio di politica delle donne.

 

http://www.anpi.it/donne-e-uomini/1638/maria-antonietta-michetti

http://cerca.unita.it/ARCHIVE/xml/240000/239569.xml?key=ingrao&first=91&orderby=0

https://www.youtube.com/watch?v=IETN-8X7w6Q

3 pensieri su ““Più che parlare di celebrazione, l’8 marzo ce lo conquistavamo donna per donna”  

  1. Leggo con grande ritardo. Grazie Pina. Maria aveva saputo del cambio di “logo” del 2003 e lo aveva apprezzato…..anche se pensava che si sarebbe potuto fare meglio, come al solito. Mai contenta. Marco Marroni (il figlio di Maria)

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    • Gentilissimo,
      Le scrivo dal Dipartimento di Comunicazione e Ricerca sociale (un tempo Dipartimento di Sociologia) dell’Università di Roma dove Sua mamma esercitava il suo nobile magistero. Mi permetto di importunarLa perché, assistivo giorni fa allo stivaggio di scatoloni in un locale seminterrato della sede di Via Salaria 113 della Facoltà, quando sono stati notati alcuni scatoloni contrassegnati “Fondo MIchetti”. Ho fatto presente che devono trattarsi di pubblicazioni già della compianta professoressa Maria Michetti e che notizie al riguardo potevano fornirnirle gli allievi a noi noti. Ma né il Prof. Mussino né il Prof Porro – che non esercitano più nel dipartimento Coris – interpellati, sanno ricostrruire la storia delle carte ritrovate. Comunque azzardo almeno due ipotesi: 1) che al momento del trasloco da Via Parigi o da altra sede del vecchio Istituto di Sociologia, il materiale delle cattedre si sia disperso ed è quello che è stato ritrovato ; 2) si tratti di un vero e proprio lascito alla biblioteca di quell’ istituto da parte della famiglia della Professoressa.
      Potrebbe fornirmi Lei qualche notizia utile sulle vicende delle pubblicazioni in questione?
      La ringrazio e, nel ricordo della Mamma, Le porgo i più cordiali saluti.
      emiddio de longis
      Dip. Co.RI.S. di Via Salaria 113 – 00198 RM
      (senza tel.)
      Ab.: Via G. Dezza, 14 – 00152 Roma
      tel. serale: 065800224
      emiddio.delongis@uniroma1.it

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